Da Marlowe a Goethe: Agrippa modello del Faust
Agrippa nella letteratura europea: il Doctor Faustus di Marlowe, Nashe, il Faust di Goethe con il barbone nero e il Frankenstein di Mary Shelley.
Pochi studiosi del Rinascimento hanno avuto una fortuna letteraria paragonabile a quella di Cornelio Agrippa. Morto nel 1535, entrò rapidamente nella letteratura europea come figura del sapiente che sfida i limiti della conoscenza. Lo ritroviamo nel teatro elisabettiano, nella narrativa inglese, nel Faust di Goethe e perfino nel romanzo gotico dell'Ottocento. In molti casi il suo nome è legato a quello di Faust, il dotto che secondo la leggenda vendette l'anima in cambio del sapere.
Il teatro elisabettiano
Nel Doctor Faustus di Christopher Marlowe, rappresentato verso il 1590 e stampato nel 1604, il protagonista dichiara di voler diventare abile quanto Agrippa, la cui arte delle ombre aveva reso omaggio a lui tutta l'Europa. Le parole di Marlowe sono: «as cunning as Agrippa was, whose shadows made all Europe honour him». Le ombre alludono alla leggenda secondo cui Agrippa sapeva evocare le immagini dei morti.
Pochi anni dopo, nel 1594, Thomas Nashe pubblicò The Unfortunate Traveller, un racconto picaresco in cui Agrippa compare come mago capace di mostrare a Erasmo e a Tommaso Moro l'apparizione di Cicerone. Si tratta naturalmente di pura invenzione letteraria, che rivela però quanto il nome di Agrippa fosse ormai sinonimo di negromanzia nell'Inghilterra elisabettiana.
Goethe e il barbone nero
Il caso più celebre è quello del Faust di Goethe, la cui prima parte uscì nel 1808. Gli studiosi hanno spesso indicato in Agrippa, insieme a Paracelso e al Faust storico, uno dei modelli del protagonista. Il monologo iniziale, in cui Faust elenca con amarezza le discipline studiate senza frutto, «Habe nun, ach! Philosophie, Juristerei und Medizin», richiama da vicino lo spirito del De vanitate scientiarum, con la sua rassegna delle scienze inutili.
Ancora più evidente è l'eco della leggenda del cane nero. Mefistofele si presenta a Faust sotto forma di un barbone nero che lo segue durante una passeggiata e si rivela solo nello studio. Quando lo spirito appare, Faust esclama: «Das also war des Pudels Kern!», cioè «dunque questo era il nocciolo del barbone». L'espressione è diventata proverbiale in tedesco per indicare la verità nascosta di una cosa.
Mary Shelley e il romanzo gotico
Nel 1818 Mary Shelley pubblicò Frankenstein. Il giovane Victor racconta che a tredici anni, durante una sosta forzata in una locanda vicino a Thonon, trovò per caso un volume delle opere di Cornelio Agrippa e se ne entusiasmò. Il padre liquidò quel libro come robaccia, ma Victor continuò a leggere Agrippa, Paracelso e Alberto Magno, e quelle letture alimentarono il suo sogno di scoprire il segreto della vita.
La fortuna letteraria di Agrippa dice molto della sua immagine pubblica. Gli scrittori raramente si interessarono al giurista di Metz, al medico di Friburgo o al critico scettico delle scienze. Preferirono il mago leggendario, padrone di spiriti e di segreti proibiti, molto più adatto a colpire l'immaginazione dei lettori. Eppure proprio Goethe, con il monologo di Faust, colse anche l'altro volto di Agrippa: quello del sapiente che, dopo aver studiato tutto, scopre i limiti della conoscenza umana.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio