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Il cosiddetto Quarto libro: un apocrifo sotto il nome di Agrippa

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XX · I tre libri

Il Liber quartus attribuito ad Agrippa: quando apparve, perché Johann Weyer lo dichiarò falso e come contribuì alla leggenda nera del mago di Colonia.

Agrippa morì intorno al 1535, a Grenoble. Circa un quarto di secolo dopo cominciò a circolare a stampa un libro che portava il suo nome e si presentava come la continuazione del De occulta philosophia: il Liber quartus de occulta philosophia, seu de cerimoniis magicis. Il titolo prometteva ciò che i tre libri autentici avevano lasciato nell'ombra, cioè la parte pratica della magia cerimoniale. Fin da subito, però, la sua autenticità fu contestata da chi aveva conosciuto Agrippa da vicino.

La comparsa del testo

La prima edizione del Quarto libro viene comunemente datata al 1559 e collocata a Marburgo, anche se la bibliografia di questi stampati è complessa. Il testo è breve e di tono molto diverso dai tre libri del 1533: non vi si trovano le ampie citazioni di filosofi e teologi, ma descrizioni sintetiche di nomi, caratteri e cerimonie. Molti studiosi lo considerano una compilazione anonima, realizzata sfruttando la celebrità di Agrippa per dare autorevolezza a materiali di altra origine.

Nelle edizioni successive il Quarto libro fu spesso stampato insieme ad altri testi magici, come l'Heptameron attribuito al medico padovano Pietro d'Abano, morto agli inizi del Trecento, e l'Isagoge di Georg Pictorius. Questi volumi miscellanei, ristampati più volte, contribuirono a diffondere l'idea che esistesse un vero e proprio corpus agrippiano dedicato alle evocazioni.

La smentita di Johann Weyer

La testimonianza più importante contro l'autenticità viene da Johann Weyer, medico olandese che da giovane era stato allievo e collaboratore di Agrippa. Nel De praestigiis daemonum, pubblicato a Basilea nel 1563, Weyer dichiarò che il Quarto libro non era opera del suo maestro. Il suo trattato è ricordato anche per un altro motivo: vi si sosteneva che molte donne accusate di stregoneria fossero malate o vittime di illusioni, e non complici del demonio.

La testimonianza di Weyer ha un peso notevole, perché viene da un uomo che aveva vissuto accanto ad Agrippa e ne conosceva le carte. Gli storici moderni concordano in larga parte con lui: lo stile, i contenuti e le circostanze della pubblicazione rendono molto improbabile che il testo sia di Agrippa. La questione, per la critica, può dirsi sostanzialmente chiusa, anche se il testo continua a essere ristampato sotto il suo nome.

La leggenda nera

Il Quarto libro alimentò una fama che Agrippa aveva già in vita. Lo storico Paolo Giovio, nei suoi Elogia, raccontò che il cane nero che lo accompagnava era in realtà un demonio, che alla morte del padrone si sarebbe gettato nel fiume. Weyer smentì anche questa voce, spiegando che si trattava di un normale cane di nome Monsieur, a cui Agrippa era molto affezionato.

La leggenda sopravvisse comunque. Christopher Marlowe, nel Doctor Faustus, fa dire al protagonista di voler essere «as cunning as Agrippa was», abile come lo era Agrippa. La traduzione inglese del Quarto libro, pubblicata da Robert Turner nel 1655, ne prolungò la fortuna. Nel 1818, nel Frankenstein di Mary Shelley, il giovane Victor legge proprio Cornelio Agrippa, ormai simbolo del sapere proibito.

La storia del Quarto libro mostra come la fama di un autore possa essere costruita anche da testi che non ha scritto. Il vero Agrippa, filosofo erudito e inquieto, fu a lungo oscurato dal mago leggendario creato dalle attribuzioni false e dalle dicerie. Distinguere i tre libri autentici dall'apocrifo è il primo passo per leggerlo come autore del Rinascimento.