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Microcosmo e macrocosmo: l'uomo come piccolo mondo

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola I · Idee e concetti

Da Democrito a Ildegarda di Bingen fino ad Agrippa e Fludd: storia dell'idea che l'uomo riflette in piccolo l'intero ordine dell'universo.

Tra le immagini che il Rinascimento ereditò dall'antichità, poche ebbero una fortuna paragonabile a quella del microcosmo. L'idea è semplice da enunciare e vertiginosa nelle conseguenze: l'essere umano contiene in sé, in scala ridotta, tutto ciò che compone l'universo. Elementi, pianeti, intelligenze celesti trovano un corrispettivo nel corpo e nell'anima. Per Cornelio Agrippa, che scrive il De occulta philosophia tra il 1510 e il 1533, questa corrispondenza non era una metafora poetica ma il fondamento stesso della possibilità di conoscere e di agire sul mondo.

Le radici antiche dell'idea

La formula «l'uomo è un piccolo cosmo» è tramandata come frammento di Democrito, il filosofo di Abdera vissuto nel V secolo a.C. Platone, nel Timeo, descrive il corpo umano costruito dagli dèi minori con gli stessi elementi del cosmo e la testa rotonda a imitazione della sfera celeste. Gli stoici, con la dottrina del pneuma che pervade ogni cosa, rafforzarono il parallelo. Nel mondo tardoantico l'astrologia medica fissò poi la cosiddetta melotesia, che assegnava a ogni segno zodiacale una parte del corpo, dall'Ariete per il capo ai Pesci per i piedi.

Il Medioevo: dal cosmo al corpo

Il XII secolo diede all'idea forme letterarie e visive memorabili. Bernardo Silvestre, intorno al 1147, divise la sua Cosmographia in due parti intitolate Megacosmus e Microcosmus, narrando prima la creazione del mondo e poi quella dell'uomo. Ildegarda di Bingen, nel Liber divinorum operum composto tra il 1163 e il 1174 circa, fece raffigurare una figura umana a braccia aperte inscritta nei cerchi dell'universo, attraversata da venti e influssi.

Nei libri d'ore tardomedievali compare spesso l'«uomo zodiacale». Il più celebre si trova nelle Très Riches Heures del duca di Berry, miniate dai fratelli Limbourg nel secondo decennio del Quattrocento: un corpo nudo coperto dai segni del cielo, strumento pratico per medici e barbieri che decidevano i giorni del salasso.

Agrippa e la scala dei tre mondi

Agrippa colloca il microcosmo al centro di un universo diviso in tre mondi: elementare, celeste e intellettuale. L'uomo partecipa di tutti e tre, perché ha un corpo fatto di elementi, uno spirito affine ai cieli e una mente che si apre al divino. Proprio questa posizione intermedia gli consente, secondo il filosofo di Colonia, di risalire la scala degli esseri e di attirarne le virtù verso il basso. Nel secondo libro egli misura persino le proporzioni del corpo umano, mostrando come iscriverlo in cerchi e quadrati secondo armonie numeriche.

Nel 1617 il medico inglese Robert Fludd pubblicò a Oppenheim la Utriusque cosmi historia, la storia dei «due mondi», il grande e il piccolo. Le incisioni dell'opera, realizzate nella bottega dell'editore Johann Theodor de Bry, rendono visibile l'intero sistema di specchi tra cielo e corpo: sfere concentriche, raggi, scale musicali e una figura umana che riassume in sé l'architettura del creato.

La dottrina perse il suo fondamento con la nuova scienza del Seicento, quando il cosmo smise di apparire come un organismo animato. Rimane però una chiave indispensabile per leggere la medicina, l'arte e la filosofia dell'età di Agrippa, nelle quali ogni membro del corpo rimandava a una stella e ogni stella a una parte dell'uomo.