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Il cane nero di Agrippa: nascita e smentita di una leggenda

Studio Esoterico Cornelio · 2 min di lettura
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Tavola IV · L'eredità

Paolo Giovio, Johann Weyer e Jean Bodin: come il cane di Cornelio Agrippa divenne un demone familiare e perché il suo allievo lo negò con decisione.

Poche leggende hanno accompagnato Agrippa con la stessa ostinazione di quella del suo cane nero. Secondo il racconto, l'animale non era un semplice compagno ma uno spirito demoniaco in forma di cane, che seguiva il filosofo ovunque e lo abbandonò soltanto in punto di morte. La storia è interessante non perché sia vera, ma perché mostra come si costruiva, nel Cinquecento, la reputazione di un mago.

Il racconto di Paolo Giovio

La versione più influente si legge negli Elogia virorum literis illustrium dello storico comasco Paolo Giovio, pubblicati nel 1546, circa dieci anni dopo la morte di Agrippa. Giovio scrive che il filosofo teneva con sé un cane nero con un collare segnato da caratteri magici. In punto di morte, a Lione, Agrippa glielo avrebbe tolto con parole di maledizione, e l'animale si sarebbe gettato nella Saona, scomparendo per sempre.

Il racconto si diffuse rapidamente. Nei decenni successivi, demonologi e polemisti lo ripresero e lo arricchirono, aggiungendo altri episodi, come quello di uno studente che sarebbe morto per aver letto di nascosto i libri del maestro. Più tardi il gesuita Martin Del Rio, nelle sue Disquisitiones magicae uscite tra il 1599 e il 1600, contribuì a consolidare l'immagine di Agrippa come mago diabolico.

La smentita di Johann Weyer

A difendere la memoria di Agrippa intervenne Johann Weyer, medico olandese che da giovane era stato suo allievo e aveva vissuto nella sua casa. Nel De praestigiis daemonum, pubblicato a Basilea nel 1563, Weyer scrisse di conoscere bene quel cane: si chiamava Monsieur, era un animale comune, e lui stesso lo aveva portato a passeggio al guinzaglio. Agrippa, spiegava, gli era affezionato come capita a chi vive solo con i suoi studi.

Weyer è noto soprattutto per aver sostenuto che molte presunte streghe erano donne anziane, malate o ingannate dalla propria immaginazione, da curare e non da mandare al rogo. La sua opera fu una delle prime critiche sistematiche alla caccia alle streghe e suscitò reazioni violente. La difesa del vecchio maestro rientrava dunque in una battaglia più ampia contro la credulità dei giudici e dei demonologi del suo tempo.

Bodin e la polemica

La smentita non bastò. Il giurista francese Jean Bodin, nella Démonomanie des sorciers del 1580, attaccò duramente Weyer e definì Agrippa il più grande stregone del suo tempo, vedendo nella difesa dell'allievo una prova di complicità. La leggenda del cane, a quel punto, era diventata un argomento in una polemica teologica e giuridica.

Il cane di Agrippa sopravvisse sia ai suoi critici sia ai suoi difensori. Molti lettori ne riconoscono un'eco nel barbone nero del Faust di Goethe, e la figura dell'animale familiare del mago è rimasta a lungo nella letteratura e nel folklore europeo. La vicenda ricorda che la fama di Agrippa si è formata tanto sui suoi libri quanto sui racconti nati attorno a lui, spesso da persone che non li avevano mai letti.