Isaac Newton e l'alchimia: i manoscritti segreti del padre della fisica
Migliaia di pagine alchemiche, la vendita del 1936 e il giudizio di Keynes: come Newton studiò la tradizione ermetica accanto alla meccanica celeste.
Per due secoli Isaac Newton è stato il simbolo stesso della scienza moderna: l'uomo che con i Philosophiae naturalis principia mathematica del 1687 aveva ridotto il moto dei pianeti a leggi matematiche. Il fatto che lo stesso Newton avesse dedicato decenni allo studio dell'alchimia era noto a pochi e veniva considerato un capitolo imbarazzante. Solo nel Novecento, con la dispersione e poi lo studio dei suoi manoscritti, questa parte della sua attività è diventata un tema centrale della storia della scienza.
La vendita del 1936
Alla morte di Newton, nel 1727, le sue carte passarono alla famiglia e poi ai conti di Portsmouth. Una parte dei documenti scientifici fu donata all'università di Cambridge nel 1888, mentre i manoscritti di alchimia e di teologia furono giudicati di scarso interesse. Nel 1936 vennero messi all'asta da Sotheby's a Londra e si dispersero tra molti acquirenti.
L'economista John Maynard Keynes ne acquistò un gran numero e li lasciò al King's College di Cambridge, mentre lo studioso Abraham Shalom Yahuda raccolse soprattutto gli scritti teologici, oggi conservati a Gerusalemme. Keynes, dopo averli letti, scrisse un saggio famoso in cui sosteneva che Newton non era stato il primo dell'età della ragione, ma piuttosto l'ultimo dei maghi. Il giudizio, volutamente provocatorio, fece molto discutere.
Che cosa leggeva Newton
Si stima che gli scritti alchemici di Newton superino il milione di parole, in gran parte trascrizioni, estratti e commenti di opere altrui. Newton copiava con cura testi medievali e moderni, confrontava le versioni, compilava indici di termini. Tra gli autori che studiò con maggiore attenzione c'era Eirenaeus Philalethes, pseudonimo dietro il quale gli storici riconoscono oggi il chimico George Starkey, nato nelle Bermude e formatosi a Harvard,, attivo a Londra intorno alla metà del Seicento.
Newton firmava alcuni dei suoi appunti alchemici con l'anagramma Ieova sanctus unus, ricavato dal proprio nome latino, Isaacus Neuutonus. Teneva questi studi in gran parte privati, condividendoli con pochi corrispondenti fidati, tra cui il filosofo naturale Robert Boyle e il filosofo John Locke, anch'essi interessati alla trasmutazione dei metalli. Il riserbo era dettato sia dalla tradizione alchemica del segreto sia dalla prudenza di un uomo pubblico.
Alchimia e scienza nuova
Gli storici discutono quanto l'alchimia abbia influito sulla fisica newtoniana. La studiosa americana Betty Jo Teeter Dobbs, nel libro The Foundations of Newton's Alchemy del 1975, sostenne che le idee alchemiche sulle forze attive della materia aiutarono Newton a concepire l'attrazione a distanza, che i meccanicisti cartesiani consideravano una qualità occulta. Altri studiosi preferiscono vedere nell'alchimia di Newton un programma di ricerca chimica, condotto con lo stesso rigore sperimentale delle sue ricerche sull'ottica.
Il caso di Newton non dimostra una continuità diretta con Agrippa, che egli non sembra aver studiato con particolare attenzione. Mostra però che la tradizione ermetica e alchemica del Rinascimento non scomparve con la rivoluzione scientifica, ma continuò a occupare la mente di alcuni dei suoi protagonisti, in forme spesso tenute nascoste.
Questa scoperta ha cambiato il modo di raccontare la nascita della scienza moderna. Il confine tra magia, alchimia e filosofia naturale, che i manuali dell'Ottocento tracciavano con sicurezza, appare oggi molto più sfumato. Ed è proprio in questa zona di confine che si colloca la parte più duratura dell'eredità della magia rinascimentale.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio