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Pavia e il Pimandro: Agrippa interprete di Ermete Trismegisto

Studio Esoterico Cornelio · 2 min di lettura
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Tavola VIII · Cornelio Agrippa

Nel 1515 Agrippa commenta a Pavia il Pimandro di Ermete nella versione di Ficino; gli anni italiani, il Monferrato e la fuga dopo Marignano.

Gli anni italiani di Agrippa, tra il 1511 e il 1518, furono i più fecondi per la sua formazione filosofica. Il momento culminante si colloca a Pavia nel 1515, quando tenne lezioni pubbliche sul Pimandro, il testo attribuito a Ermete Trismegisto che Marsilio Ficino aveva tradotto in latino e pubblicato nel 1471. Per un pubblico di studenti e di dotti, ascoltare un tedesco commentare quel libro significava entrare nel cuore della cultura neoplatonica fiorentina.

Il Pimandro e la prisca theologia

Il Pimandro riuniva i primi quattordici trattati di quello che oggi chiamiamo Corpus Hermeticum. Ficino li considerava opera di un antichissimo sapiente egizio, contemporaneo o di poco successivo a Mosè, e li inseriva in una catena di maestri della prisca theologia, l'antica teologia che avrebbe anticipato il cristianesimo. Solo nel 1614 Isaac Casaubon dimostrò su basi filologiche che quei testi risalivano all'età imperiale romana.

Agrippa condivise pienamente la convinzione di Ficino. Nella prolusione pavese presentò Ermete come un maestro di sapienza divina e insistette sull'idea che l'uomo, immagine di Dio, potesse risalire attraverso la conoscenza fino al principio di tutte le cose. Il testo di questa orazione introduttiva ci è giunto e mostra un oratore sicuro, pieno di riferimenti platonici e cabalistici.

Protettori e famiglia in Italia

In Italia Agrippa trovò il sostegno di Guglielmo IX Paleologo, marchese del Monferrato, al quale dedicò nel 1516 il Liber de triplici ratione cognoscendi Deum, un trattato sulle tre vie per conoscere Dio: la natura, la legge mosaica e il Vangelo. Ebbe rapporti anche con la corte di Carlo III di Savoia e frequentò medici e filosofi dell'Italia settentrionale, come l'ebreo convertito Paolo Ricci, studioso di cabala.

In questi anni si sposò per la prima volta, con una giovane di Pavia di cui le fonti non tramandano il nome con certezza. Dal matrimonio nacque un figlio. La moglie lo seguì nei trasferimenti successivi, fino a Metz, dove sarebbe morta nel 1521. Le lettere di Agrippa la ricordano con affetto e lasciano intravedere un legame sereno, raro in una vita segnata da tante tensioni.

La fuga dopo Marignano

La stagione pavese si interruppe bruscamente. Nel settembre 1515 il nuovo re di Francia, Francesco I, sconfisse gli Svizzeri a Marignano e si impadronì del ducato di Milano, cui apparteneva Pavia. Per un uomo legato all'imperatore la città diventò pericolosa: Agrippa perse beni e libri e dovette allontanarsi. Seguirono anni di spostamenti tra Casale Monferrato, Torino e altre città, nella ricerca di un nuovo incarico stabile. In questo periodo, tra difficoltà economiche e incertezze, scrisse alcuni dialoghi e orazioni rimasti a lungo manoscritti.

L'esperienza italiana lasciò un'eredità duratura. Molte pagine del De occulta philosophia stampato nel 1533 riflettono letture fatte in Italia: Ficino, Pico, la cabala cristiana, gli autori neoplatonici antichi. Quando nel 1518 accettò l'incarico offertogli dalla città di Metz, Agrippa era ormai un umanista maturo, convinto che filosofia, religione e magia fossero rami di un'unica sapienza antica da riscoprire.