Marchio registrato Studio Esoterico CornelioLa Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio

Goethe e il suo Faust: la magia rinascimentale come domanda sul mondo

Studio Esoterico Cornelio · 2 min di lettura
♈︎♉︎♊︎♋︎♌︎♍︎♎︎♏︎♐︎♑︎♒︎♓︎
Tavola III · L'eredità

Dalle letture alchemiche giovanili al Faust del 1808 e del 1832: come Goethe trasformò il mago del Rinascimento in un simbolo dell'uomo moderno.

«Perciò mi sono dato alla magia»: con queste parole, nel monologo iniziale della prima parte, il Faust di Johann Wolfgang Goethe spiega perché ha voltato le spalle alle facoltà universitarie. Due secoli dopo il libro di Spies, la figura del mago rinascimentale torna al centro della letteratura europea, ma con un significato nuovo. Non è più soltanto un ammonimento contro la curiosità, bensì l'espressione di un'inquietudine che riguarda ogni essere umano.

Le letture del giovane Goethe

Goethe conobbe la tradizione magica e alchemica in prima persona. Nella sua autobiografia, Poesia e verità, racconta che intorno al 1768-1769, a Francoforte, convalescente dopo una grave malattia, lesse con l'amica pietista Susanna von Klettenberg opere come l'Opus mago-cabbalisticum di Georg von Welling, scritti di Paracelso e testi alchemici attribuiti a Basilio Valentino. Tentò anche qualche esperimento con fornelli e alambicchi.

Da quelle letture derivano molte immagini del dramma: il segno del macrocosmo che Faust contempla nel suo studio, lo spirito della Terra che egli evoca e che lo respinge, il linguaggio delle corrispondenze tra cielo e terra. Sono motivi che appartengono alla stessa visione del cosmo descritta da Agrippa nel De occulta philosophia, dove ogni cosa è legata alle altre da simpatie nascoste.

Un'opera lunga una vita

Goethe lavorò al Faust per circa sessant'anni, riprendendolo e abbandonandolo più volte. Una prima versione, nota come Urfaust e risalente agli anni settanta del Settecento, fu ritrovata solo nel 1887 in una copia manoscritta eseguita da una dama di corte di Weimar. Nel 1790 apparve un Frammento, nel 1808 la prima parte compiuta. La seconda parte, terminata poco prima della morte del poeta, fu pubblicata postuma nel 1832.

Nella prima parte Mefistofele si presenta a Faust sotto forma di barbone, un cane nero che lo segue durante la passeggiata della domenica di Pasqua e si insinua poi nel suo studio, dove si trasforma rivelando la propria natura. Diversi commentatori hanno collegato questo dettaglio alla leggenda del cane demoniaco di Agrippa, diffusa fin dal Cinquecento; il collegamento è plausibile ma non è documentato da Goethe stesso.

Dal patto alla redenzione

La differenza decisiva rispetto al Volksbuch e a Marlowe è il finale. Il Faust goethiano scommette con Mefistofele che nessun piacere potrà mai appagarlo, e al termine della seconda parte la sua anima viene salvata. La tensione verso il sapere e l'azione, che per i luterani del 1587 era peccato, diventa per Goethe la nobiltà stessa dell'uomo, a condizione che non si fermi mai.

In questo passaggio si misura quanto la cultura europea fosse cambiata in due secoli. Il mago rinascimentale, che con Agrippa sognava di risalire attraverso i tre mondi, elementare, celeste e intellettuale, fino a Dio, rinasce nell'età romantica come figura dell'individuo moderno, diviso tra desiderio di totalità e coscienza del limite. Per questo il Faust di Goethe continua a essere letto anche da chi non ha alcun interesse per la magia.