Spiritus mundi: il soffio sottile tra anima e corpo
Il pneuma degli stoici, gli spiriti dei medici, la quintessenza di Ficino e Agrippa: storia del medium invisibile che univa cielo e materia.
Se l'anima del mondo è immateriale e il corpo del mondo è fatto di elementi grossolani, come possono toccarsi? I filosofi del Rinascimento risposero introducendo un terzo termine, sottilissimo, che faceva da ponte tra i due: lo spiritus mundi. Il concetto, oggi quasi dimenticato, era allora un pilastro della filosofia naturale e spiega gran parte del pensiero di Marsilio Ficino e di Cornelio Agrippa sulla trasmissione degli influssi celesti.
Pneuma e spiriti: l'eredità antica
Gli stoici avevano descritto il pneuma, un soffio caldo e igneo che tiene unito il cosmo e dà forma a ogni corpo. La medicina antica, soprattutto con Galeno nel II secolo, elaborò una teoria degli spiriti corporei: lo spirito naturale legato al fegato, quello vitale al cuore e quello animale al cervello. Questi vapori sottili, prodotti dal sangue, trasportavano la vita e la sensazione attraverso il corpo. Nel Medioevo la dottrina fu trasmessa dai medici arabi e insegnata in tutte le università europee.
Il passo successivo fu quasi inevitabile. Se il corpo umano possiede uno spirito che collega l'anima immateriale alle membra, anche il grande corpo dell'universo dovrà averne uno analogo, più puro e più esteso. Il parallelo tra microcosmo e macrocosmo, che regolava tanta parte del pensiero antico e medievale, rendeva questa conclusione del tutto naturale per un lettore colto del Quattrocento.
Ficino e la quintessenza
Marsilio Ficino sviluppò questa idea nel terzo libro del De vita, pubblicato a Firenze nel 1489 con il titolo De vita coelitus comparanda. Lo spirito del mondo vi appare come un corpo sottilissimo, quasi non corpo e quasi già anima, identificato con la quinta essenza, l'etere dei cieli. Attraverso di esso le stelle comunicano le loro qualità alle cose terrene, e lo spirito dell'uomo, affine a quello cosmico, può riceverle.
Ficino suggeriva, nella prospettiva della medicina del suo tempo, che lo studioso indebolito dalle veglie e dalla meditazione potesse rafforzare il proprio spirito accostandosi a ciò che nella tradizione era considerato solare o gioviale: la luce, la musica, i profumi gradevoli, l'aria pura, la compagnia serena. Si trattava di una dietetica dell'anima, fondata su credenze antiche, non di una cura nel senso moderno.
Il capitolo di Agrippa
Agrippa dedica allo spirito del mondo un capitolo del primo libro del De occulta philosophia. Lo descrive come il veicolo attraverso cui l'anima mundi infonde le sue virtù nella materia e lo chiama anche quintessenza, perché non deriva dai quattro elementi ma li supera. Secondo il filosofo, questo spirito è presente ovunque, ma in alcune sostanze è più abbondante e più puro.
Egli ricorda che gli alchimisti cercavano di separarlo dalle sostanze, in particolare dall'oro, convinti di ottenerne una virtù capace di moltiplicarsi e di trasmettersi ad altri metalli. Agrippa riporta la credenza con il tono di chi espone le opinioni dei sapienti, ma l'intero passaggio va letto come testimonianza delle aspirazioni dell'alchimia del tempo, non come resoconto di risultati effettivamente ottenuti.
Il concetto di spiritus mundi sopravvisse a lungo, trasformandosi nel Seicento nelle discussioni sull'etere e sui fluidi sottili che riempirebbero lo spazio. Comprenderlo significa cogliere la logica interna della magia naturale rinascimentale: un universo continuo e senza vuoti, attraversato da un soffio invisibile, in cui ogni cosa può comunicare con ogni altra e il cielo resta sempre in contatto con la terra.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio