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La catena aurea: da Omero alla grande catena dell'essere

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola VIII · Idee e concetti

La catena d'oro di Zeus nell'Iliade, letta da Macrobio e dai neoplatonici come legame tra cielo e terra: storia di un'immagine millenaria.

Nell'ottavo libro dell'Iliade Zeus, irritato con gli dèi che vogliono intervenire nella guerra di Troia, lancia una sfida spavalda. Appendano pure una catena d'oro al cielo e vi si aggrappino tutti, dèi e dee: non riusciranno a trascinarlo giù, mentre lui, se volesse, potrebbe tirarli in alto insieme alla terra e al mare. Quella che in Omero era una vanteria di forza divenne, nelle mani dei filosofi, una delle immagini più durature del pensiero occidentale: la catena aurea che unisce ogni livello della realtà.

L'interpretazione dei filosofi

Già nell'antichità il passo omerico fu letto in chiave allegorica. Platone, nel Teeteto, fa dire a Socrate che la catena d'oro di Omero non è altro che il sole. I neoplatonici andarono oltre. Proclo, nel V secolo, parlava di «catene» o serie che discendono da ogni principio divino fino agli ultimi gradi della natura, collegando un dio, i suoi demoni, gli astri, le pietre e le piante a esso affini.

Fu però Macrobio, all'inizio del V secolo, a fissare la lettura che il Medioevo latino avrebbe ereditato. Nel Commento al Sogno di Scipione egli spiega che, dalla divinità suprema fino alle ultime scorie delle cose, tutto è connesso da legami ininterrotti, e che questa è la catena d'oro di Omero.

La catena nella filosofia occulta

Per Cornelio Agrippa l'immagine aveva un valore quasi operativo nel senso filosofico del termine. Se ogni cosa è legata a quella che la precede e a quella che la segue, allora l'uomo che conosce gli anelli intermedi può risalire dal basso verso l'alto. Nel De occulta philosophia la catena si traduce in una gerarchia ordinata: le cose inferiori sono rette dalle superiori, gli elementi dai cieli, i cieli dalle intelligenze e queste da Dio.

Nel Rinascimento l'espressione fu talvolta usata anche per indicare la successione dei sapienti antichi, la prisca theologia, come se la verità si fosse trasmessa da maestro a discepolo lungo una catena d'oro di menti illuminate. Le due accezioni, cosmica e storica, si sostenevano a vicenda: come gli esseri sono legati nello spazio, così le dottrine sarebbero legate nel tempo.

Dalla magia all'alchimia e alla storia delle idee

L'immagine sopravvisse ben oltre Agrippa. Nel 1723 apparve in Germania un trattato alchemico intitolato Aurea catena Homeri, generalmente attribuito al medico Anton Joseph Kirchweger, che descriveva la trasformazione della materia come una scala continua dal cielo alla terra. Il testo circolò a lungo negli ambienti ermetici tedeschi e fu letto anche dal giovane Goethe.

Nel 1936 lo storico americano Arthur O. Lovejoy pubblicò The Great Chain of Being, nato dalle lezioni tenute a Harvard nel 1933. Lo studio ripercorre la storia dell'idea di una scala ininterrotta degli esseri da Platone al Settecento, mostrando come essa abbia plasmato teologia, scienza e letteratura. Grazie a quel libro, la «grande catena dell'essere» è diventata un concetto chiave della storia delle idee.

Dalla vanteria di Zeus alla metafisica neoplatonica, dalla magia di Agrippa all'alchimia settecentesca, la catena aurea racconta il bisogno di pensare l'universo come un tutto continuo, senza salti né vuoti. In esso ogni anello sostiene il successivo, ogni creatura trova il suo posto e la distanza tra la pietra più umile e la mente divina può essere percorsa, almeno in pensiero, gradino dopo gradino.