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I quattro furori platonici: poesia, misteri, profezia, amore

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XVII · Idee e concetti

Dal Fedro di Platone alla lettera di Ficino sul furore divino e al terzo libro di Agrippa: le quattro follie che elevano l'anima verso il divino.

Nel Fedro di Platone Socrate pronuncia un elogio sorprendente della follia. Non ogni follia è un male, dice: ve n'è una che nasce dalla malattia, e un'altra che è dono degli dèi e porta agli uomini i beni più grandi. Questa follia divina, chiamata in greco mania e in latino furor, si presenta in quattro forme. Ripresa dai neoplatonici e soprattutto da Marsilio Ficino, la dottrina dei quattro furori divenne nel Rinascimento una delle chiavi per spiegare la poesia, la profezia, l'esperienza religiosa e l'amore.

Il testo di Platone

Socrate distingue il furore profetico, ispirato da Apollo, che si manifesta nelle sacerdotesse di Delfi e di Dodona; il furore iniziatico, legato a Dioniso, che purifica attraverso riti e misteri; il furore poetico, dono delle Muse, senza il quale nessuno diventa vero poeta con la sola tecnica; e infine il furore amoroso, attribuito ad Afrodite e a Eros, il più alto di tutti. La bellezza contemplata nel volto amato, spiega il dialogo, risveglia nell'anima il ricordo della Bellezza vista prima della nascita.

Per illustrare questo processo Platone ricorre all'immagine dell'anima come una biga alata, guidata da un auriga e tirata da due cavalli, uno docile e l'altro ribelle. Il furore amoroso fa ricrescere all'anima le ali perdute, permettendole di risalire verso il mondo delle idee. Il mito divenne una delle immagini più citate della filosofia antica.

Ficino e la scala dei furori

Marsilio Ficino affrontò il tema già da giovane, in una lettera del 1457 indirizzata all'amico Pellegrino Agli e dedicata al furore divino. Lo riprese poi nel commento al Simposio, noto come De amore, e nel commento al Fedro. Ficino ordinò i furori in una scala ascendente: prima il poetico, che armonizza le parti discordi dell'anima; poi il misterico, che le raccoglie in unità; quindi il profetico, che innalza la mente; infine l'amoroso, che la congiunge a Dio.

Ciascun furore era posto sotto la protezione di una divinità: le Muse, Dioniso, Apollo e Venere. In questa forma la dottrina si diffuse nelle accademie e nei circoli umanistici di tutta Europa, offrendo ai poeti una giustificazione filosofica dell'ispirazione e ai filosofi un modello dell'ascesa dell'anima. Il rapporto tra genio e furore divenne un luogo comune della cultura rinascimentale.

I furori nella filosofia occulta

Cornelio Agrippa dedica ai furori alcuni capitoli del terzo libro del De occulta philosophia. Li descrive come illuminazioni dell'anima che provengono dagli dèi o dalle potenze celesti e li collega alle Muse, a Dioniso, ad Apollo e a Venere seguendo Ficino. Accanto a essi tratta anche del sogno e dei vaticini, presentati come forme di conoscenza che superano la ragione ordinaria.

Agrippa lega inoltre il furore poetico alla melancolia, riprendendo l'idea antica che gli uomini eccezionali abbiano un temperamento particolare. Per lui l'anima, quando si libera dalle distrazioni del corpo, può ricevere doni che la ragione da sola non raggiunge. Si tratta di una dottrina filosofica e religiosa, non di una pratica, e come tale va letta.

Nel 1585 Giordano Bruno pubblicò a Londra De gli eroici furori, un dialogo in cui l'amore per la conoscenza divina diventa una passione che consuma il filosofo. È forse l'ultima grande variazione rinascimentale sul tema platonico, che da allora ha continuato a nutrire le riflessioni sull'ispirazione artistica fino all'età romantica.