L'armonia delle sfere: la musica silenziosa del cosmo
Da Pitagora al mito di Er, da Cicerone e Boezio fino all'Harmonices mundi di Keplero: storia dell'idea che i cieli producano musica.
Secondo una leggenda raccontata da Nicomaco di Gerasa e ripresa da Boezio, Pitagora, passando davanti a una bottega di fabbri, notò che i martelli producevano suoni ora consonanti ora dissonanti. Indagando, scoprì che gli intervalli musicali dipendevano da rapporti numerici semplici: l'ottava dal rapporto di due a uno, la quinta da tre a due, la quarta da quattro a tre. Il racconto è leggendario e fisicamente impreciso, ma esprime una scoperta che avrebbe segnato il pensiero occidentale per due millenni: il numero governa l'armonia, e l'armonia governa il cosmo.
Dai pitagorici a Platone
I pitagorici trassero da questa intuizione una conseguenza ardita. Se i pianeti si muovono a velocità diverse e a distanze proporzionate, i loro movimenti devono produrre suoni, e questi suoni devono formare una consonanza perfetta. Noi non la udiamo, spiegavano, perché ci accompagna dalla nascita e non abbiamo mai conosciuto il silenzio per contrasto. Aristotele, nel De caelo, discusse e respinse questa tesi, ma riconobbe che era stata formulata con eleganza.
Platone, alla fine della Repubblica, narra il mito di Er, un guerriero panfilio che dopo una morte apparente visita l'aldilà e vede il fuso della Necessità, attorno al quale ruotano i cerchi dei cieli. Su ciascuno degli otto cerchi siede una Sirena che emette una sola nota, e dall'insieme delle loro voci nasce un'unica armonia.
Cicerone, Boezio e il Medioevo
Nel Somnium Scipionis, la parte conclusiva del De re publica di Cicerone, Scipione Emiliano sogna di trovarsi tra le stelle e ode un suono grande e dolce prodotto dal moto delle sfere. Il testo, commentato da Macrobio, divenne una delle fonti principali della cosmologia medievale. Boezio, nel VI secolo, distinse nel De institutione musica tre generi di musica: quella del mondo, quella dell'uomo, che armonizza anima e corpo, e quella degli strumenti.
Questa classificazione fu insegnata per tutto il Medioevo nelle scuole e nelle università, dove la musica faceva parte del quadrivio accanto ad aritmetica, geometria e astronomia. Studiare la musica significava dunque studiare le proporzioni dell'universo e dell'anima, non soltanto l'arte di comporre e cantare, che era considerata un'applicazione pratica di una scienza più alta.
Agrippa, Gaffurio e Keplero
Cornelio Agrippa dedica al tema diverse pagine del secondo libro del De occulta philosophia, associando i pianeti e le loro sfere a note, modi musicali e Muse. La musica terrena, per lui, è un'eco di quella celeste e può disporre lo spirito umano a ricevere gli influssi dei cieli. In questo segue Ficino, che cantava gli inni accompagnandosi alla lira. Nel 1496 il frontespizio della Practica musicae di Franchino Gaffurio aveva già raffigurato Apollo, le Muse e i pianeti in un unico schema.
L'ultimo grande tentativo di dare fondamento scientifico all'armonia delle sfere fu quello di Giovanni Keplero. Nell'Harmonices mundi, pubblicato nel 1619, egli cercò le proporzioni musicali nelle velocità angolari dei pianeti nelle loro orbite ellittiche. Nello stesso libro enunciò la terza legge del moto planetario, che lega i periodi orbitali alle distanze dal Sole.
La musica delle sfere scomparve dall'astronomia, ma lasciò un'eredità profonda nella letteratura e nell'arte. Per i lettori di Agrippa, essa rappresenta forse l'immagine più bella di un universo ordinato secondo il numero, in cui la scienza dei cieli e quella dei suoni erano due modi di ascoltare la stessa armonia.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio