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Tritemio e Agrippa: il maestro di Würzburg e la lettera del 1510

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola IX · Maestri del Rinascimento

L'incontro tra l'abate Tritemio e il giovane Agrippa, la prima redazione della Filosofia occulta e il consiglio di riservare i segreti a pochi amici fidati.

Nell'inverno tra il 1509 e il 1510 un giovane studioso di Colonia, Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, bussò alla porta del monastero scozzese di San Giacomo a Würzburg. Lì viveva da qualche anno l'abate Giovanni Tritemio, che aveva lasciato Sponheim nel 1506 dopo contrasti con i suoi monaci. Dai loro colloqui sulla magia, l'alchimia e la cabala nacque il progetto del libro che avrebbe reso celebre Agrippa.

Un abate circondato da leggende

Tritemio era allora uno degli eruditi più noti di Germania, ma anche uno dei più chiacchierati. Si raccontava che avesse evocato per l'imperatore Massimiliano l'ombra della moglie defunta, Maria di Borgogna. È una leggenda senza fondamento documentario, nata probabilmente dalla fama della Steganographia. Più concreti erano i suoi scritti per l'imperatore, come il Liber octo quaestionum, dedicato a questioni teologiche sollevate dallo stesso Massimiliano.

Curiosamente, proprio Tritemio ci ha lasciato una delle prime testimonianze sul personaggio storico di Faust. In una lettera del 1507 all'astrologo Johann Virdung descrive con disprezzo un ciarlatano errante che si faceva chiamare Giorgio Sabellico, Faust il giovane, e che vantava poteri magici straordinari. L'abate lo considerava un impostore e un vagabondo.

La prima redazione della Filosofia occulta

Dopo la visita, Agrippa scrisse in pochi mesi una prima versione del De occulta philosophia, in tre libri, e la inviò a Tritemio con una lettera di dedica. Vi spiegava di voler restituire dignità alla magia, che il volgo confondeva con la superstizione e la stregoneria, mostrandone le radici filosofiche e religiose. Una copia manoscritta di questa prima redazione si conserva ancora oggi a Würzburg.

La versione giovanile differisce in molti punti da quella stampata a Colonia nel 1533, che Agrippa ampliò notevolmente nel corso di oltre vent'anni. Il confronto tra le due redazioni permette agli studiosi di seguire la crescita del suo pensiero e l'aggiunta di nuove fonti, soprattutto cabalistiche e neoplatoniche. L'impianto in tre libri, dedicati al mondo naturale, celeste e intellettuale, era però già presente fin dall'inizio.

Il consiglio del maestro

Tritemio rispose con una lettera datata 8 aprile 1510, che Agrippa avrebbe poi stampato all'inizio dell'opera. L'abate lodava il lavoro e incoraggiava il giovane a proseguire, ma gli raccomandava una regola precisa: comunicare le cose comuni a tutti e i segreti più alti solo a pochi amici fidati. La massima è riassunta in un'immagine rimasta celebre, «Da foenum bovi, saccharum psittaco», cioè dai il fieno al bue e lo zucchero al pappagallo.

Il consiglio rifletteva l'esperienza personale di Tritemio, che aveva pagato con la reputazione l'eccessiva diffusione dei suoi progetti. Agrippa lo seguì solo in parte: tenne il libro nel cassetto per molti anni, ma quando lo pubblicò lo rese accessibile a un pubblico vastissimo. Nella stessa edizione, del resto, avvertiva i lettori che molte cose erano dette in modo velato e andavano cercate con pazienza.

Il legame tra i due durò poco, perché Tritemio morì nel dicembre del 1516. Eppure senza quel maestro di Würzburg la Filosofia occulta forse non sarebbe mai nata. Ancora oggi, aprendo l'edizione del 1533, il lettore incontra per prime le lettere di questo scambio, quasi una soglia simbolica dell'intera opera.