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Johannes Reuchlin e il De verbo mirifico: il nome che fa meraviglie

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola X · Maestri del Rinascimento

Johannes Reuchlin, il De verbo mirifico del 1494 e il De arte cabalistica del 1517: il pentagrammaton, la cabala cristiana e la difesa dei libri ebraici.

Johannes Reuchlin, nato a Pforzheim nel 1455, fu giurista al servizio dei duchi del Württemberg e uno dei maggiori umanisti tedeschi. Conosceva il latino e il greco, ma la sua vera passione divenne l'ebraico, che studiò con maestri ebrei in un'epoca in cui pochi cristiani ne erano capaci. Nel 1490, durante un viaggio in Italia, incontrò a Firenze Pico della Mirandola, e da quell'incontro trasse l'impulso a portare la cabala cristiana in Germania.

Un dialogo a tre voci

Il frutto di questo interesse fu il De verbo mirifico, «La parola che fa meraviglie», stampato a Basilea nel 1494. È un dialogo in tre libri tra tre personaggi: Sidonio, un filosofo epicureo, Baruchia, un sapiente ebreo, e Capnione, che rappresenta l'autore stesso. Il nome Capnione è un gioco umanistico: in greco kapnion significa «piccolo fumo», come in tedesco Reuchlin richiama la parola Rauch, fumo.

I tre discutono della potenza delle parole e dei nomi sacri. Sidonio porta il punto di vista dei filosofi pagani, Baruchia illustra la tradizione ebraica sul nome di Dio, Capnione cerca la sintesi cristiana. Lo scopo è mostrare che la vera efficacia meravigliosa non appartiene alle formule dei maghi, ma ai nomi divini rivelati nelle Scritture.

Dal tetragramma al pentagrammaton

Il cuore dell'opera riguarda il tetragramma, il nome di Dio di quattro lettere ebraiche, che la tradizione ebraica considerava ineffabile. Reuchlin propone che nell'era cristiana questo nome si sia completato con l'aggiunta di una quinta lettera, la shin, posta al centro. Ne risulta un pentagrammaton che egli legge come il nome di Gesù in ebraico.

Per Reuchlin questa costruzione dimostrava che la rivelazione cristiana era già contenuta, in forma nascosta, nelle lettere della Bibbia ebraica. L'argomento ebbe grande fortuna tra i cabalisti cristiani e compare anche nella Filosofia occulta di Agrippa, che conosceva e ammirava le opere del giurista tedesco. Gli studiosi moderni vi riconoscono una costruzione teologica cristiana, estranea al modo in cui la tradizione ebraica intendeva il nome divino.

L'arte cabalistica e la battaglia per i libri ebraici

Nel 1506 Reuchlin pubblicò i Rudimenta hebraica, una grammatica e un lessico che aprirono lo studio dell'ebraico a molti lettori cristiani. Nel 1517 uscì il De arte cabalistica, dedicato a papa Leone X, un nuovo dialogo tra un ebreo, un pitagorico e un musulmano, più ricco e sistematico del primo. Qui la cabala è presentata come una filosofia simbolica affine a quella di Pitagora.

Negli stessi anni Reuchlin si trovò al centro di una lunga controversia. Il convertito Johannes Pfefferkorn chiedeva la confisca e la distruzione dei libri ebraici, e Reuchlin, interpellato come esperto, si oppose. Ne seguirono pamphlet, processi e un caso che coinvolse università e curia romana; nel 1520 Roma condannò il suo scritto Augenspiegel. Gli umanisti lo difesero anche con la celebre satira delle Epistolae obscurorum virorum.

Reuchlin morì nel 1522, dopo aver insegnato greco ed ebraico nelle università di Ingolstadt e di Tubinga. La sua opera diede alla cabala cristiana basi filologiche più solide di quelle di Pico e ne fece un campo di studio europeo, che Agrippa, Giorgi e Postel avrebbero esplorato nei decenni successivi. A lui si deve, più di ogni altro, l'idea che lo studio delle lingue originali fosse la chiave per accedere alla sapienza antica.