Prisca theologia: l'idea di una sapienza originaria
Pletone, Ficino e Steuco credevano in un'unica verità rivelata fin dall'origine e tramandata dai saggi pagani. Storia della prisca theologia.
Nel 1438 arrivò in Italia, al seguito della delegazione bizantina al concilio di Ferrara e Firenze, un anziano filosofo di Mistrà, Giorgio Gemisto detto Pletone. Le sue lezioni su Platone colpirono profondamente gli umanisti fiorentini e, secondo un racconto di Marsilio Ficino, ispirarono a Cosimo de' Medici il progetto di far rinascere la filosofia platonica. Con Pletone entrava in circolazione un'idea che avrebbe dominato il pensiero esoterico del Rinascimento: l'esistenza di una prisca theologia, una teologia antichissima comune ai sapienti di ogni popolo.
Una verità sola, molte voci
L'idea di fondo era che Dio avesse comunicato la verità fin dalle origini e che essa fosse stata custodita non solo da Mosè e dai profeti, ma anche da una serie di saggi pagani. Platone non sarebbe stato dunque un inventore, bensì l'erede di una lunga tradizione, che le sue opere raccoglievano in forma filosofica. Questa visione permetteva di leggere i testi greci in armonia con il cristianesimo, perché entrambi derivavano da un'unica fonte.
Le radici dell'idea erano antiche. Già alcuni apologeti cristiani, come Clemente di Alessandria ed Eusebio di Cesarea, avevano sostenuto che i filosofi greci avessero attinto, direttamente o indirettamente, alla sapienza di Mosè, e lo stesso Platone era stato chiamato da un autore antico un «Mosè che parla attico». Anche i neoplatonici tardoantichi, a loro modo, avevano costruito genealogie di saggi ispirati.
Ficino e la genealogia dei sapienti
Fu Marsilio Ficino a dare alla dottrina la sua formulazione più influente. Nella prefazione alla traduzione del Corpus Hermeticum, pubblicata nel 1471, e poi nella Theologia Platonica, egli tracciò una successione ordinata di maestri: Ermete Trismegisto, Orfeo, Aglaofemo, Pitagora, Filolao e infine Platone. In altri passi poneva Zoroastro all'inizio della catena. L'espressione prisca theologia, la «teologia antica», divenne il nome corrente di questa tradizione.
Per Ficino si trattava di un disegno della provvidenza. Dio aveva voluto che, accanto alla rivelazione biblica, esistesse una via filosofica alla verità, capace di condurre alla fede anche gli intellettuali scettici, che non si sarebbero lasciati persuadere dalla sola autorità delle Scritture. La filosofia platonica diventava così una sorta di preparazione al Vangelo, una «pia philosophia» al servizio della religione.
Dalla prisca theologia alla philosophia perennis
Nel 1540 il canonico agostiniano Agostino Steuco, bibliotecario della Vaticana, pubblicò a Lione il De perenni philosophia. L'opera sosteneva che una sola sapienza, nata con l'umanità, si fosse conservata attraverso i secoli presso caldei, egizi, greci e latini. L'espressione «filosofia perenne» ebbe una lunghissima eredità e fu ripresa ancora nel Novecento.
Per Cornelio Agrippa la prisca theologia era una premessa scontata. Egli cita indifferentemente Ermete, Orfeo, Pitagora, Platone e i cabalisti ebrei come testimoni di un'unica scienza delle cose divine, e passa dall'uno all'altro senza avvertire alcuna contraddizione. Proprio questo sincretismo, che accosta fonti di epoche e culture lontanissime, costituisce l'ossatura del De occulta philosophia.
La dottrina si basava però su datazioni che si sarebbero rivelate sbagliate. Quando nel 1614 Isaac Casaubon dimostrò che gli scritti ermetici erano di età cristiana, la genealogia cominciò a vacillare. Resta tuttavia una chiave essenziale per capire perché il Rinascimento sentì Platone, Ermete e Mosè come voci di un unico coro.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio