I prisci theologi: Zoroastro, Ermete, Orfeo e le Sibille
Chi erano i «teologi antichi» venerati dal Rinascimento? Dagli Oracoli caldaici agli Inni orfici, fino al pavimento del Duomo di Siena.
Chi entra nel Duomo di Siena e abbassa lo sguardo verso il pavimento, appena superata la porta centrale, incontra una figura solenne in abiti orientali. Un'iscrizione la identifica come Ermete Mercurio Trismegisto, «contemporaneo di Mosè». La tarsia marmorea, eseguita intorno al 1488 su disegno attribuito a Giovanni di Stefano, è una delle testimonianze più eloquenti del prestigio di cui godevano nel Rinascimento i prisci theologi, i teologi antichi considerati custodi di una sapienza originaria.
Zoroastro e gli Oracoli caldaici
Il primo nome della serie era spesso quello di Zoroastro, il profeta persiano. Al Rinascimento egli giungeva soprattutto come presunto autore degli Oracoli caldaici, una raccolta di versi oracolari in greco che gli studiosi moderni datano al II secolo d.C. e collegano a due figure dell'epoca di Marco Aurelio, Giuliano il Caldeo e suo figlio Giuliano il Teurgo. Pletone ne curò un'edizione commentata attribuendoli ai magi discepoli di Zoroastro, e Ficino e Pico li citarono come voce venerabile.
I neoplatonici antichi, da Porfirio a Proclo, avevano già considerato gli Oracoli un testo quasi sacro, da commentare con la stessa reverenza riservata a Platone. Proclo, secondo il suo biografo Marino, avrebbe voluto che di tutti i libri antichi sopravvivessero soltanto il Timeo e gli Oracoli. Il Rinascimento ereditò da loro sia la venerazione sia l'errore di datazione.
Ermete Trismegisto e Orfeo
Ermete Trismegisto, il «tre volte grandissimo», nasceva dalla fusione del dio egizio Thot con l'Ermes greco. Lattanzio, nel IV secolo, lo aveva citato con rispetto come profeta pagano del cristianesimo, mentre Agostino ne aveva criticato l'idolatria. Quando nel 1463 Cosimo de' Medici chiese a Ficino di interrompere la traduzione di Platone per volgere in latino il Corpus Hermeticum, mostrava di considerarlo ancora più antico e prezioso.
Orfeo, il cantore mitico capace secondo la leggenda di incantare animali e pietre, era ritenuto autore degli Inni orfici, una raccolta di ottantasette inni oggi datata alla tarda età imperiale. Ficino li tradusse in gioventù e, secondo le testimonianze dei contemporanei, li cantava accompagnandosi alla lira, convinto che la musica antica conservasse una forza particolare.
Pitagora, le Sibille e gli altri
Pitagora completava la catena come anello tra la sapienza orientale e la filosofia greca. Gli si attribuivano i Versi aurei, un breve poema morale anch'esso di età più tarda, e il racconto, diffuso da Giamblico, dei suoi viaggi in Egitto e presso i caldei. Accanto a lui comparivano le Sibille, profetesse pagane cui la tradizione cristiana attribuiva vaticini sulla venuta di Cristo, raffigurate da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina.
Agrippa si muove con disinvoltura in questo pantheon di sapienti, citandone le sentenze accanto a quelle della Bibbia, dei padri della Chiesa e dei cabalisti. Ermete gli fornisce passi sull'animazione delle statue, Orfeo nomi e attributi degli dèi, Pitagora la scienza dei numeri. Per lui, come per i suoi contemporanei, l'antichità di una voce era garanzia della sua autorità.
Oggi sappiamo che quasi tutti questi testi appartengono all'età ellenistica o imperiale e che nessuno di essi risale ai tempi di Mosè. Il loro fascino storico, però, non dipende dall'esattezza delle attribuzioni. Racconta piuttosto il desiderio rinascimentale di riconoscere, sotto la varietà delle religioni e delle filosofie, una sola sapienza dell'umanità.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio