La fascinazione: lo sguardo che lega nel primo libro
Agrippa e la fascinazione: lo spirito che esce dagli occhi, le fonti antiche da Plutarco a Plinio e la teoria dell'amore di Marsilio Ficino.
«Nescio quis teneros oculus mihi fascinat agnos», lamenta un pastore nella terza ecloga di Virgilio: non so quale occhio mi stregherà gli agnellini. Il verso mostra quanto fosse antica la convinzione che lo sguardo potesse nuocere. Agrippa la accoglie nel primo libro del De occulta philosophia, dove dedica un capitolo alla fascinazione e la definisce come un legame che, partendo dallo spirito di chi guarda, passa attraverso gli occhi e raggiunge il cuore di chi è guardato.
Lo spirito che viaggia con lo sguardo
La spiegazione di Agrippa è fisiologica prima che magica. Secondo la medicina del tempo, il sangue più puro produce nel cuore un vapore sottile, lo spirito, che si diffonde nel corpo e trasporta le facoltà dell'anima. Gli occhi, organi trasparenti e luminosi, sarebbero la via privilegiata attraverso cui questo spirito esce dal corpo, come un raggio. Quando incontra gli occhi di un'altra persona, vi penetra e ne colpisce lo spirito, imprimendovi la disposizione di chi lo ha emesso.
Agrippa non inventa questa teoria, ma la riprende quasi parola per parola da Marsilio Ficino. Nel commento al Simposio di Platone, il De amore, composto nel 1469, Ficino aveva spiegato l'innamoramento proprio così: lo spirito dell'amato entra dagli occhi dell'amante e lo trasforma, come un contagio. Ciò che in Ficino è una teoria dell'amore diventa in Agrippa uno dei meccanismi fondamentali della magia naturale, capace di produrre tanto attrazione quanto danno.
Le testimonianze degli antichi
Per sostenere la sua tesi Agrippa accumula testimonianze classiche. Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia, riferiva di popoli lontani in cui alcune persone, dotate di una doppia pupilla, avrebbero avuto il potere di nuocere con lo sguardo. Plutarco, nelle Questioni conviviali, aveva dedicato una discussione al malocchio, chiedendosi se fosse possibile e come lo si potesse spiegare con le emanazioni del corpo. Aristotele, in un breve trattato sui sogni, aveva sostenuto che lo sguardo potesse perfino macchiare uno specchio.
Accanto a queste fonti c'era il basilisco, il serpente leggendario che secondo i bestiari uccideva con gli occhi. Per Agrippa e i suoi lettori il basilisco era il caso estremo di una forza che nell'uomo agiva in modo più debole, ma secondo lo stesso principio. Tutte queste notizie venivano trattate come prove di una legge naturale, non come superstizioni, e servivano a dare autorevolezza a una credenza diffusa in tutto il Mediterraneo.
Immaginazione e passioni
La fascinazione è legata, nel primo libro, alla potenza dell'immaginazione e delle passioni. Agrippa sostiene che un'anima fortemente agitata dall'amore, dall'ira o dall'invidia può modificare non solo il proprio corpo, ma anche quello altrui, perché lo spirito trasmette all'esterno le impressioni dell'anima. Per questo nella tradizione l'invidia veniva considerata la passione più pericolosa: il malocchio era spesso descritto come lo sguardo dell'invidioso.
Questa dottrina ebbe una lunga discendenza. Nel Cinquecento medici e filosofi discussero a lungo se la fascinazione fosse un fenomeno naturale o l'opera di demoni, e il dibattito confluì nei trattati sulla stregoneria. La credenza popolare nel malocchio, viva in molte regioni d'Italia fino a tempi recenti, appartiene a un fondo culturale più antico, ma il testo di Agrippa resta una delle sue formulazioni dotte più influenti.
Leggere oggi queste pagine permette di cogliere un'idea fondamentale del Rinascimento: il corpo e l'anima non erano chiusi in se stessi, ma aperti agli influssi altrui attraverso lo spirito. Lo sguardo, in questa visione, non si limitava a ricevere immagini, ma agiva sul mondo, e la fascinazione ne era la manifestazione più temuta.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio