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Religione e magia cerimoniale: l'apertura del terzo libro

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XV · I tre libri

Il terzo libro del De occulta philosophia: perché per Agrippa la magia più alta richiede la religione, la distinzione dalla goezia e il fine dell'ascesa.

Il terzo libro del De occulta philosophia cambia tono. Dopo la natura e i cieli, Agrippa si volge al mondo intellettuale, cioè a Dio, agli angeli e alle anime, e dichiara fin dalle prime pagine che di questo argomento si deve parlare con riverenza e riserbo. La magia cerimoniale, a cui il libro è dedicato, non è per lui un insieme di tecniche, ma la parte più alta e più rischiosa della sapienza, quella che tocca le cose sacre e che richiede la religione come fondamento.

La religione come chiave

Agrippa sostiene che senza religione nessuna operazione può riuscire e che ogni tentativo di agire sulle realtà superiori senza la fede è vano o, peggio, pericoloso. La religione, scrive, è ciò che lega l'uomo a Dio, ed è la via attraverso cui l'anima può ricevere la virtù delle cose divine. In questo modo egli inserisce la magia dentro una cornice teologica, presentandola come compimento della pietà più che come sua alternativa.

Per sostenere questa tesi Agrippa passa in rassegna le religioni antiche e moderne, dagli egizi ai greci, dai romani agli ebrei, fino ai cristiani, notando che tutte hanno avuto riti, preghiere, sacrifici e nomi sacri. Questa comparazione, sorprendente per l'epoca, non lo porta a un relativismo: egli conclude che la vera religione è quella cristiana, ma riconosce in quelle pagane frammenti di una verità più antica.

Teurgia e goezia

La distinzione centrale del terzo libro è quella tra magia lecita e illecita. Agrippa riprende la terminologia tardoantica e condanna la goezia, la magia che cerca il commercio con gli spiriti impuri, e la negromanzia, l'evocazione dei morti. Distingue da esse la teurgia, che nella tradizione neoplatonica di Giamblico e Proclo indicava l'unione con gli dèi attraverso riti sacri, e che egli interpreta in senso cristiano come elevazione verso Dio e gli angeli.

Questa distinzione era già presente in Pico della Mirandola, che nell'Oratio del 1486 aveva separato una magia demoniaca, da condannare, da una magia naturale che porta a compimento le opere della natura. Agrippa la estende al campo della religione, ma il confine tra le due forme resta incerto, e proprio questa ambiguità gli procurò l'ostilità di molti teologi.

La purificazione del sapiente

Uno dei temi ricorrenti del terzo libro è la dignità richiesta a chi si avvicina a queste conoscenze. Agrippa parla di una purificazione dell'anima e del corpo, di una vita sobria, della fede e della castità della mente, come condizioni per accedere ai misteri. È un ideale ascetico che deriva dalla tradizione platonica e cristiana, in cui la conoscenza delle cose divine è possibile solo a chi si è reso simile a esse.

Questa dimensione morale e religiosa è spesso trascurata da chi conosce Agrippa solo per fama. Il terzo libro è in gran parte un trattato di teologia mistica, ricco di citazioni bibliche e patristiche accanto a quelle neoplatoniche e cabalistiche. La sua ambizione era quella di riconciliare la sapienza degli antichi con la rivelazione cristiana.

Proprio questa ambizione rese l'opera sospetta. Per i suoi critici, Agrippa aveva mescolato il sacro con il profano e aperto la strada a pratiche pericolose; per i suoi ammiratori, aveva restituito alla magia la sua dignità originaria. Il dibattito su quale delle due immagini fosse vera accompagnò il libro per tutto il Cinquecento e oltre.