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Serafini, troni e arcangeli: le gerarchie angeliche di Agrippa

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XVII · I tre libri

I nove cori angelici dello Pseudo-Dionigi, gli angeli dei pianeti e i tre custodi dell'uomo: la dottrina degli spiriti nel terzo libro di Agrippa.

Nessuna parte del De occulta philosophia è popolata come il terzo libro. Vi compaiono serafini e cherubini, troni e dominazioni, arcangeli e angeli custodi, ma anche demoni, eroi e anime dei defunti. Agrippa li descrive come abitanti del mondo intellettuale, intermediari tra Dio e il cosmo visibile. La sua angelologia è un mosaico di fonti cristiane, neoplatoniche ed ebraiche, che cerca di dare ordine a una moltitudine di spiriti tramandati da secoli di teologia.

I nove cori dello Pseudo-Dionigi

Il fondamento è la Gerarchia celeste attribuita a Dionigi l'Areopagita, il discepolo di san Paolo ricordato negli Atti degli apostoli. In realtà l'opera fu scritta intorno al 500 da un autore anonimo influenzato da Proclo, ma per tutto il Medioevo godette di un'autorità quasi apostolica. Vi si descrivono nove cori angelici, divisi in tre gerarchie di tre: serafini, cherubini e troni; dominazioni, virtù e potestà; principati, arcangeli e angeli.

Agrippa riprende questa struttura e la collega al cosmo fisico. Ciascuno dei nove cori viene associato a una delle sfere celesti, dal primo mobile al cielo delle stelle fisse, fino ai sette pianeti; gli angeli dell'ultimo coro corrispondono alla sfera della Luna. Collegando poi i cori alle dieci sefirot della cabala, Agrippa costruisce una corrispondenza complessa tra teologia cristiana, cosmologia tolemaica e mistica ebraica.

Gli angeli dei pianeti

Accanto ai cori, il terzo libro tratta degli angeli che la tradizione poneva al governo dei pianeti e delle parti del mondo. Nomi come Michele, Gabriele e Raffaele provengono dalla Bibbia e dal libro apocrifo di Tobia; altri derivano da testi giudaici e da trattati medievali. Il maestro di Agrippa, Tritemio, aveva composto nel 1508 il De septem secundeis, in cui descriveva sette angeli che, secondo lui, governavano a turno la storia del mondo.

Agrippa riporta anche i nomi degli angeli dei segni dello zodiaco, dei punti cardinali e degli elementi. Sono elenchi eruditi, frutto della compilazione di fonti diverse, che mostrano il gusto rinascimentale per la classificazione. Nella sua visione, nulla nel cosmo è privo di una guida spirituale, e la natura intera è percorsa da intelligenze che eseguono la volontà divina.

Il genio e gli angeli custodi

Uno dei capitoli più singolari riguarda gli spiriti assegnati a ciascun uomo. Agrippa sostiene che ognuno riceve tre custodi: uno santo, che viene direttamente da Dio e guida l'anima razionale; uno legato alla nascita, il genio, determinato dalla disposizione dei cieli; uno legato alla professione e allo stile di vita scelto. Questa dottrina fonde l'angelo custode cristiano con il daimon della tradizione platonica, quello di cui parla Socrate nell'Apologia.

Il terzo libro tratta infine anche degli spiriti maligni, che Agrippa ordina in nove gradi, in simmetria con i cori angelici. Ne parla per descriverli e per mettere in guardia, ribadendo la condanna di ogni commercio con essi. La simmetria tra le gerarchie celesti e quelle infernali riflette l'ossessione dell'epoca per l'ordine, anche nel male.

L'angelologia di Agrippa ebbe una vasta influenza sulla letteratura esoterica successiva, ma va letta come parte della teologia del suo tempo. Per un uomo del primo Cinquecento parlare di angeli non significava evocare figure fantastiche, ma descrivere un aspetto della realtà riconosciuto dalla Chiesa e dalla filosofia. Lo stesso Tommaso d'Aquino aveva dedicato agli angeli alcune delle sue questioni più sottili.