I numeri dall'uno al dodici nel secondo libro
Unità, dualità, trinità e oltre: il significato che Agrippa attribuisce ai numeri dall'uno al dodici, tra Pitagora, la Bibbia e i padri della Chiesa.
Il secondo libro del De occulta philosophia si apre con un elogio della matematica. Senza di essa, sostiene Agrippa, nessuna delle arti magiche può essere compresa, perché il mondo celeste è ordinato secondo numero, peso e misura. Egli richiama il libro biblico della Sapienza, che dice di Dio: «omnia in mensura et numero et pondere disposuisti». Su questa base si sviluppa una lunga serie di capitoli, uno per ciascun numero dall'uno al dodici, che costituiscono il cuore aritmologico dell'opera.
L'eredità pitagorica
L'idea che i numeri abbiano un significato qualitativo, oltre che quantitativo, risale ai pitagorici, che vedevano nei rapporti numerici il fondamento dell'armonia del cosmo. Platone, nel Timeo, aveva costruito l'anima del mondo con proporzioni aritmetiche. Nella tarda antichità questa tradizione si era sviluppata nell'aritmologia, la riflessione sulle proprietà simboliche dei numeri, presente in autori come Nicomaco di Gerasa e nei Theologumena arithmeticae attribuiti a Giamblico.
Il cristianesimo raccolse questa eredità. Agostino, Boezio e molti commentatori medievali della Bibbia lessero nei numeri delle Scritture significati nascosti, dai sei giorni della creazione ai dodici apostoli. Agrippa unisce le due correnti, pagana e cristiana, e aggiunge una terza fonte, la cabala ebraica, che conosceva attraverso Pico e Reuchlin.
Dall'unità al quattro
L'uno, per Agrippa, non è propriamente un numero ma il principio di tutti i numeri, immagine di Dio, che è unico e da cui tutto procede. Il due è il primo numero vero e ha un carattere ambivalente: rappresenta l'unione, come nel matrimonio, ma anche la divisione. Una tradizione antica, che Agrippa riporta, lo considerava di cattivo auspicio, perché nel racconto della Genesi il secondo giorno non è detto buono.
Il tre è il numero perfetto per eccellenza, che ha principio, mezzo e fine, e rinvia alla Trinità cristiana. Il quattro è il numero della stabilità: quattro sono gli elementi, le stagioni, i punti cardinali, i fiumi del paradiso terrestre e gli evangelisti. Agrippa ricorda che i pitagorici giuravano sulla tetraktys, la figura dei primi quattro numeri la cui somma dà dieci, e che il nome ebraico di Dio, il Tetragramma, è composto da quattro lettere.
Dal cinque al dodici
Il cinque, posto a metà della decina, corrisponde alla quintessenza e ai cinque sensi. Il sei è un numero perfetto anche in senso matematico, perché è uguale alla somma dei suoi divisori, e per questo, secondo Agostino, Dio creò il mondo in sei giorni. Il sette ha una dignità particolare: sette sono i pianeti, i giorni della settimana, i doni dello Spirito Santo. L'otto rinvia alle beatitudini, il nove alle Muse e ai cori angelici.
Il dieci chiude il ciclo dei numeri semplici ed è numero di completezza: dieci comandamenti, dieci sefirot della cabala. L'undici, che oltrepassa il dieci senza raggiungere il dodici, era considerato numero della trasgressione. Il dodici, infine, è numero di pienezza cosmica e sacra, con i segni dello zodiaco, i mesi dell'anno, le tribù di Israele e gli apostoli.
Questi capitoli sono un compendio di secoli di speculazione numerica, raccolta con erudizione e ordinata con pazienza. Il loro valore storico sta proprio nella sintesi: mostrano come, all'inizio dell'età moderna, la matematica fosse ancora inseparabile dalla teologia e dalla simbologia, prima che Galileo la riducesse al linguaggio della natura misurabile.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio