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Le immagini astrologiche: dal Picatrix al secondo libro

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XIII · I tre libri

Le immagini dei pianeti, dei segni e dei decani nel secondo libro di Agrippa: fonti arabe, il Picatrix, Thabit ibn Qurra e i dubbi dei teologi medievali.

Tra i temi più discussi della magia rinascimentale c'è quello delle immagini astrologiche. Con questo nome si indicavano figure incise su metalli o pietre, o dipinte, che rappresentavano pianeti, segni zodiacali, decani o costellazioni e che, secondo la tradizione, se realizzate in un momento celeste favorevole, avrebbero ricevuto le virtù degli astri. Il secondo libro del De occulta philosophia dedica a questo argomento una serie di capitoli, raccogliendo descrizioni tramandate da fonti antiche e soprattutto arabe.

Le fonti arabe

La dottrina delle immagini si era sviluppata in gran parte nel mondo islamico medievale. Il testo più importante era la Ghayat al-hakim, «Lo scopo del saggio», un vasto trattato arabo di magia astrale composto probabilmente nel X o nell'XI secolo e tradotto in castigliano e poi in latino alla corte di Alfonso X di Castiglia, nel XIII secolo, con il titolo di Picatrix. Il libro descriveva centinaia di immagini planetarie e zodiacali, inserite in una cosmologia di ispirazione ermetica e neoplatonica.

Altrettanto noto era il De imaginibus attribuito a Thabit ibn Qurra, matematico e astronomo attivo a Baghdad nel IX secolo, che spiegava come le immagini potessero ricevere gli influssi celesti. Agrippa attinge a questi testi e ad altri scritti attribuiti a Ermete, a Tolomeo e a vari autori arabi, riportandone le descrizioni con poche modifiche e senza sempre indicarne la provenienza.

Il dibattito dei teologi

Le immagini sollevavano un problema delicato. Potevano agire per virtù naturale, grazie ai raggi delle stelle, oppure il loro effetto dipendeva dall'intervento di demoni? Tommaso d'Aquino, nella Summa contra gentiles, aveva sostenuto che le figure in quanto tali non hanno alcun potere naturale, e che se producono effetti questi vanno attribuiti a intelligenze separate, quindi a demoni. Lo Speculum astronomiae, attribuito ad Alberto Magno, aveva tentato una distinzione tra immagini lecite e illecite.

Ficino, nel De vita del 1489, aveva affrontato la questione con prudenza, riferendo le opinioni degli antichi senza impegnarsi del tutto. Agrippa è meno cauto: nel De occulta philosophia le immagini diventano parte integrante della magia celeste, perché la figura, come il numero, è per lui portatrice di una forma che corrisponde alle forme dei cieli.

Immagini e arte figurativa

Le descrizioni delle immagini astrologiche non rimasero chiuse nei libri di magia. Nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, a Ferrara, dipinto intorno al 1470, compaiono le figure dei trentasei decani, che lo storico dell'arte Aby Warburg, in un celebre studio presentato nel 1912, ricondusse all'Introductorium maius dell'astrologo persiano Abu Ma'shar, attraverso una lunga catena di traduzioni. Queste immagini mostrano come l'iconografia astrale circolasse nelle corti italiane.

Il secondo libro di Agrippa raccoglie molte immagini simili: la figura di Saturno come vecchio con la falce, quella di Giove come re in trono, quella di Marte come guerriero armato, accanto a figure più strane derivate dai decani e dalle stazioni lunari. Sono descrizioni iconografiche più che istruzioni, e oggi interessano soprattutto per ciò che rivelano sull'immaginario del Rinascimento.

Il tema delle immagini mostra quanto il pensiero magico di Agrippa fosse debitore del mondo arabo. Attraverso le traduzioni latine del Medioevo, idee nate a Baghdad, a Harran o in al-Andalus giunsero fino alle stamperie di Colonia, intrecciandosi con il platonismo fiorentino e con le dispute dei teologi. La storia delle immagini astrologiche è dunque anche una storia di traduzioni.