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Casaubon e il 1614: la fine dell'antichità di Ermete

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XIII · Idee e concetti

Come il filologo Isaac Casaubon dimostrò nel 1614 che il Corpus Hermeticum non era egizio arcaico ma di età cristiana, e che cosa ne seguì.

Per un secolo e mezzo, da quando Ficino lo aveva tradotto, Ermete Trismegisto era stato considerato uno dei più antichi maestri dell'umanità, contemporaneo di Mosè o di poco successivo. Nel 1614 un filologo ginevrino trapiantato a Londra, Isaac Casaubon, pubblicò alcune pagine che incrinarono questa certezza in modo irreparabile. Non scrisse un'opera sull'ermetismo: la sua critica comparve quasi di passaggio, all'interno di una polemica religiosa. Eppure è considerata uno dei momenti fondativi della critica testuale moderna.

Un protestante contro gli Annales di Baronio

Casaubon, nato a Ginevra nel 1559, era uno dei più grandi grecisti del suo tempo. Dopo anni trascorsi a Parigi come bibliotecario reale, si trasferì in Inghilterra nel 1610 su invito del re Giacomo I. Qui intraprese una confutazione degli Annales ecclesiastici del cardinale Cesare Baronio, la monumentale storia della Chiesa scritta in chiave cattolica. Il volume, intitolato De rebus sacris et ecclesiasticis exercitationes XVI, uscì a Londra nel 1614.

Baronio, come molti autori prima di lui, aveva citato Ermete Trismegisto e le Sibille come testimoni pagani che avevano preannunciato con chiarezza i misteri del cristianesimo. Casaubon, protestante, volle dimostrare che queste testimonianze non avevano alcun valore storico, e per farlo esaminò con gli strumenti della filologia la lingua, lo stile e il contenuto degli scritti ermetici.

Le prove addotte da Casaubon erano soprattutto di natura linguistica e storica. Il greco dei trattati, osservava, non è quello di un'età remota, ma contiene termini ed espressioni tipici dell'epoca imperiale. Vi si trovano concetti della filosofia platonica e formule che riecheggiano il Nuovo Testamento, in particolare il Vangelo di Giovanni. Inoltre nessun autore greco dell'età classica, né Platone né Pitagora, cita mai questi testi, che pure avrebbero dovuto essere fonti venerabili.

La conclusione era netta: gli scritti attribuiti a Ermete erano stati composti in età cristiana da autori che imitavano la filosofia greca e la teologia cristiana, forse per conferire alle proprie idee l'autorità di un nome venerato. La presunta profezia pagana del Vangelo si rivelava, in realtà, un riflesso del Vangelo stesso, e non una sua anticipazione.

Le reazioni e la sopravvivenza di Ermete

La scoperta non fu accolta subito da tutti. Robert Fludd continuò a considerare Ermete un autore antichissimo, e il gesuita Athanasius Kircher, a metà Seicento, costruì le sue interpretazioni dei geroglifici egizi senza tenere conto delle obiezioni di Casaubon. Il filosofo di Cambridge Ralph Cudworth, nel 1678, accettò la datazione tarda ma sostenne che i testi potessero conservare dottrine egizie più antiche.

Gli studi moderni collocano la redazione dei trattati ermetici greci tra il I e il III secolo d.C., nell'Egitto romano. Nel 1945, tra i codici copti scoperti a Nag Hammadi, sono emersi altri testi ermetici, tra cui un dialogo noto come Discorso sull'Ottava e la Nona. Il dibattito oggi riguarda soprattutto quanto vi sia di autenticamente egizio in questa letteratura scritta in greco.

Casaubon non distrusse l'ermetismo, che continuò a ispirare alchimisti e filosofi, ma ne cambiò lo statuto: da rivelazione primordiale divenne un capitolo della storia religiosa tardoantica. Per chi legge Agrippa, la data del 1614 segna il confine tra il mondo in cui egli scriveva e quello in cui le sue fonti sarebbero state rilette con occhi critici.