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La dignità dell'uomo: Pico, Manetti e il camaleonte

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XIV · Idee e concetti

Dall'Asclepius ermetico all'Oratio di Pico della Mirandola: come il Rinascimento pensò l'uomo come essere libero di plasmare la propria natura.

«Grande miracolo, o Asclepio, è l'uomo». Con questa frase, tratta dal dialogo ermetico Asclepius, si apre uno dei testi più celebri del Rinascimento, il discorso che Giovanni Pico della Mirandola preparò nel 1486 come introduzione alla disputa pubblica sulle sue novecento tesi. La disputa non ebbe mai luogo e il discorso fu pubblicato solo dopo la morte dell'autore, avvenuta nel 1494. Il titolo con cui è noto, Oratio de hominis dignitate, gli fu attribuito dalla tradizione editoriale successiva.

Un tema umanistico

La riflessione sulla dignità umana non nacque con Pico. Già nel 1452 il fiorentino Giannozzo Manetti aveva composto il De dignitate et excellentia hominis, in risposta al trattato medievale di papa Innocenzo III sulla miseria della condizione umana. Manetti celebrava la bellezza del corpo, l'ingegno, le opere delle arti e delle città come segni della somiglianza dell'uomo con Dio. Anche Bartolomeo Facio aveva scritto sullo stesso argomento, e Marsilio Ficino aveva esaltato l'anima umana come centro e copula del mondo.

Pico raccolse questa eredità ma le diede una torsione originale. Per lui la grandezza dell'uomo non sta in una posizione fissa nella gerarchia del creato, per quanto elevata, bensì proprio nella mancanza di una posizione fissa. L'uomo non è il gradino più alto della scala degli esseri, ma l'unica creatura che può percorrerla in entrambe le direzioni.

Adamo senza dimora certa

Nel passo più famoso dell'Oratio, Dio si rivolge ad Adamo dopo aver distribuito a tutte le creature le loro qualità. A lui solo non ha dato né una sede certa né un aspetto proprio né una funzione particolare: potrà scegliere da sé ciò che vorrà essere. Potrà degenerare nelle forme inferiori dei bruti o rigenerarsi nelle superiori, che sono divine. L'uomo è, in questa visione, il plastico e scultore di sé stesso.

Pico paragona l'uomo a un camaleonte e a Proteo, il dio marino capace di assumere ogni forma. La sua libertà non è però arbitrio senza fine: il discorso invita a risalire, attraverso la filosofia morale, la dialettica, la filosofia naturale e la teologia, fino all'unione con il divino. Nella seconda parte Pico difende anche la magia naturale e la cabala come strumenti di questa ascesa.

L'uomo mago in Agrippa

Cornelio Agrippa eredita da Pico e da Ficino l'immagine dell'uomo come essere intermedio tra il mondo materiale e quello spirituale. Nel De occulta philosophia questa posizione diventa la condizione stessa della magia: proprio perché partecipa di tutti i livelli della realtà, l'uomo può agire su di essi. Il mago, per Agrippa, è colui che ha conosciuto sé stesso e che, purificata la mente, si fa tramite tra l'alto e il basso.

L'ottimismo rinascimentale non fu però senza ombre. Lo stesso Agrippa, nel De vanitate scientiarum del 1530, mise in dubbio la capacità umana di raggiungere una conoscenza certa. Nel 1511 il francese Charles de Bovelles, nel Liber de sapiente, aveva intanto descritto il sapiente come specchio dell'universo che diventa uomo compiuto attraverso la conoscenza.

Il discorso di Pico è stato letto nei secoli come manifesto dell'individualismo moderno, un'interpretazione che gli storici oggi ridimensionano, ricordandone il contesto religioso, mistico e cabalistico. Resta comunque il testo in cui il Rinascimento formulò con più audacia l'idea di una natura umana aperta, non ancora definita, da compiere attraverso la conoscenza e la scelta.