Marsilio Ficino e il De vita: medicina, stelle e magia naturale
Il De vita libri tres di Marsilio Ficino (1489): melanconia saturnina, spirito del mondo e la distinzione tra magia naturale e magia demonica.
Nel 1489 uscì a Firenze un libro destinato a diventare uno dei testi più letti della cultura magica europea: i De vita libri tres di Marsilio Ficino. L'autore, nato a Figline Valdarno nel 1433, era il traduttore di Platone e di Plotino, un sacerdote e un uomo cresciuto tra i libri di medicina: il padre Diotifeci era stato medico di Cosimo de' Medici. Il trattato, dedicato a Lorenzo il Magnifico, unisce queste tre anime in un'opera che parla di salute degli studiosi, di longevità e di influssi celesti.
Tre libri per la vita dello studioso
Il primo libro, De vita sana, è rivolto ai letterati, che secondo Ficino sono esposti più di altri alla melanconia. La tradizione aristotelica dei Problemata aveva già legato l'ingegno eccezionale all'umore nero; Ficino lo collega al pianeta Saturno, signore della contemplazione ma anche della tristezza. Lo stesso autore si considerava saturnino per nascita, e il libro ha qualcosa di autobiografico: è l'opera di un intellettuale che conosce la fatica dello studio notturno e cerca di bilanciarne gli eccessi.
Il secondo libro, De vita longa, tratta della conservazione delle forze negli anni della vecchiaia, secondo la medicina galenica del tempo. Le indicazioni di dieta, aria e regime appartengono alla scienza quattrocentesca e vanno lette come documento storico, non come consiglio pratico. Interessa piuttosto l'idea di fondo: il corpo umano partecipa a un ordine cosmico, e la cura di sé passa attraverso l'armonia con questo ordine.
Lo spirito del mondo e il terzo libro
Il terzo libro, De vita coelitus comparanda, cioè «come procurarsi la vita dal cielo», è il più celebre e il più discusso. Nacque come commento a un passo delle Enneadi di Plotino sulla capacità delle statue e dei templi di attirare una presenza divina. Ficino vi costruisce una teoria della magia naturale fondata sullo spiritus mundi, una sostanza sottilissima che fa da tramite tra l'anima del mondo e i corpi, così come lo spirito umano media tra anima e corpo.
In questa cornice la musica, i profumi, i colori e le immagini astrologiche erano ritenuti capaci di accordare lo spirito umano con quello di un pianeta. Ficino stesso cantava inni orfici accompagnandosi con la lira, abitudine ricordata dai contemporanei. Sulle immagini incise, i talismani della tradizione araba e medievale, si mostra invece prudente: ne espone le teorie, si richiama alle autorità antiche e oscilla tra l'ipotesi di una virtù puramente naturale e il timore di un coinvolgimento demonico.
Magia naturale, non demonica
La distinzione è decisiva. Per Ficino la magia legittima non comanda spiriti: si limita a seguire le corrispondenze già presenti nella natura, come il contadino che innesta una pianta o il medico che sceglie un rimedio. È una magia che egli chiama naturale, contrapposta a quella che si rivolge ai demoni, condannata dalla Chiesa. Il confine, però, era sottile, e i lettori più sospettosi non riuscivano a vederlo.
Poco dopo la pubblicazione Ficino dovette difendersi da accuse di magia illecita, che giunsero anche negli ambienti della curia romana. Al trattato aggiunse un'Apologia in cui dichiarava di riferire le opinioni degli antichi senza approvarle tutte e di sottomettersi al giudizio della Chiesa. L'intervento di amici influenti a Roma contribuì a chiudere la questione senza conseguenze per lui.
Il De vita ebbe numerose edizioni nel Cinquecento e fu letto da medici, filosofi e cultori dell'occulto. Cornelio Agrippa ne assorbì la teoria dello spirito e delle corrispondenze nel primo libro della sua Filosofia occulta, e attraverso di lui le idee di Ficino arrivarono a gran parte dell'Europa colta. Per capire la magia del Rinascimento, questo trattato resta il punto di partenza più solido.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio