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Pico della Mirandola e l'Oratio: l'uomo, la magia e la cabala

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola III · Maestri del Rinascimento

L'orazione di Giovanni Pico della Mirandola, scritta nel 1486 e mai pronunciata: la libertà dell'uomo, la magia naturale e la scoperta della cabala.

Il discorso più celebre del Rinascimento non fu mai pronunciato. Giovanni Pico, conte della Mirandola e della Concordia, nato nel 1463, lo scrisse nel 1486 come prolusione a una disputa pubblica che avrebbe dovuto tenersi a Roma all'inizio del 1487. La disputa fu bloccata e il testo restò tra le sue carte. Fu stampato solo dopo la morte dell'autore, nel 1496, a cura del nipote Gianfrancesco, e il titolo con cui lo conosciamo, De hominis dignitate, fu aggiunto più tardi.

Il camaleonte e la libertà

L'Oratio si apre con una frase tratta dall'Asclepio ermetico: «Magnum, o Asclepi, miraculum est homo», cioè «grande miracolo, o Asclepio, è l'uomo». Pico spiega poi il perché con un racconto della creazione. Dio, dopo aver assegnato a ogni creatura un posto preciso, crea Adamo senza una sede fissa e senza un volto proprio, e gli concede di scegliere ciò che vuole essere.

L'uomo può così degenerare verso le forme inferiori dei bruti o rigenerarsi verso quelle superiori, divine. Per indicare questa mutevolezza Pico ricorre all'immagine del camaleonte, ripresa da autori antichi. Non si tratta di una celebrazione dell'individuo moderno, come talvolta si è detto, ma di un invito a salire per gradi, attraverso la morale, la filosofia naturale e la teologia, verso l'unione con il divino.

Due magie

Nella seconda parte dell'orazione Pico difende le sue tesi e affronta il tema più delicato, la magia. Ne distingue due forme. La prima si fonda sull'opera e sull'autorità dei demoni, ed è per lui cosa mostruosa e da respingere. La seconda è il compimento della filosofia naturale: non aggiunge nulla al mondo, ma porta alla luce le virtù nascoste che Dio vi ha seminato.

Per descrivere il mago che pratica questa seconda arte, Pico usa un'immagine agricola: come il contadino unisce l'olmo alla vite, così il mago «marita» la terra al cielo, cioè collega le cose inferiori alle doti e alle forze di quelle superiori. È la stessa idea di corrispondenza che si trova in Ficino e che Agrippa svilupperà in modo sistematico. Il mago, in questa visione, non è un dominatore della natura ma il suo interprete più attento, che ammira le opere di Dio e ne fa ammirare agli altri la sapienza nascosta.

La scoperta della cabala

Accanto alla magia, l'Oratio presenta ai lettori cristiani la cabala ebraica. Pico aveva fatto tradurre in latino numerosi testi cabalistici dal convertito Flavio Mitridate e ne aveva tratto la convinzione che contenessero una tradizione segreta risalente a Mosè. Letta con gli strumenti giusti, questa sapienza avrebbe confermato, secondo lui, i misteri del cristianesimo. Nasceva così la cabala cristiana, che Reuchlin, Giorgi e Postel avrebbero portato avanti nei decenni successivi.

Pico morì a Firenze nel 1494, a trentuno anni, lo stesso giorno in cui Carlo VIII entrava in città. Già allora si parlò di veleno, e le analisi condotte di recente sui suoi resti hanno rafforzato l'ipotesi di un avvelenamento da arsenico. La sua Oratio rimane il testo in cui la magia naturale e la cabala entrano per la prima volta, con pieno diritto, nel programma di un filosofo.