La leggenda del cane nero: Giovio, Weyer e il demone al guinzaglio
Il cane nero di Agrippa fu davvero un demone? Il racconto di Paolo Giovio, la smentita dell'allievo Johann Weyer e la nascita di un mito durato secoli.
Tra tutte le leggende fiorite attorno a Cornelio Agrippa, la più famosa riguarda un cane nero. Secondo il racconto, l'animale che lo seguiva ovunque non era un cane qualunque ma un demone familiare, che il mago teneva al guinzaglio e che lo abbandonò soltanto in punto di morte. La storia è falsa, ma la sua genesi e la sua smentita sono documentate con precisione, e permettono di osservare come nasce un mito intorno a un personaggio storico.
Il racconto di Paolo Giovio
La versione più influente si trova negli Elogia virorum literis illustrium di Paolo Giovio, vescovo di Nocera e celebre storico, pubblicati nel 1546. Giovio, che non aveva conosciuto Agrippa, scrive che il mago era sempre accompagnato da un cane nero con un collare coperto di chiodi disposti in caratteri magici. Prossimo alla morte, Agrippa avrebbe tolto il collare all'animale con parole di maledizione.
Secondo Giovio, Agrippa avrebbe detto: «Abi, perdita bestia, quae me totum perdidisti», cioè «vattene, bestia maledetta, che mi hai del tutto perduto». Il cane sarebbe allora corso a gettarsi nella Saona, scomparendo per sempre. Giovio colloca la scena a Lione, mentre Agrippa morì con ogni probabilità a Grenoble: già questo dettaglio rivela la scarsa attendibilità del racconto.
La testimonianza di Johann Weyer
La smentita viene da un testimone diretto. Johann Weyer, che aveva vissuto da giovane in casa di Agrippa, nel De praestigiis daemonum del 1563 dedicò alcune pagine al cane del maestro. Racconta che si chiamava Monsieur, che era un normale cane nero e che Agrippa ne aveva anche una femmina chiamata Mademoiselle. Weyer stesso lo aveva portato spesso a passeggio al guinzaglio, e poteva quindi parlarne con piena cognizione di causa.
Agrippa amava molto quel cane: lo faceva sedere accanto a sé mentre studiava e dormire vicino al letto. Proprio questo affetto, secondo Weyer, aveva alimentato i sospetti della gente semplice, che non riusciva a spiegarsi come lo studioso conoscesse notizie da paesi lontani. In realtà Agrippa riceveva lettere da corrispondenti di tutta Europa. Weyer attribuisce l'origine delle dicerie a ignoranza e malizia.
Altre leggende e il loro significato
Attorno ad Agrippa fiorirono anche altri racconti, raccolti da autori della seconda metà del Cinquecento. Si diceva che pagasse gli osti con monete che poi si trasformavano in pezzi di corno o di conchiglia, e che un suo allievo, aprendo di nascosto un libro di magia, avesse evocato un demone rimanendone ucciso. Sono storie prive di qualsiasi fondamento documentario, che riprendono motivi diffusi nel folklore sui maghi.
La leggenda del cane nero ebbe una lunga fortuna letteraria e arrivò fino al barbone nero in cui si nasconde Mefistofele nel Faust di Goethe. Il suo successo si spiega con la fama dell'autore della filosofia occulta, ma anche con il bisogno di dare un volto concreto ai timori legati alla magia. Il confronto tra Giovio e Weyer resta un esempio eloquente di come la testimonianza diretta possa smontare una diceria, senza tuttavia riuscire a cancellarla dall'immaginario.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio