Il De occulta philosophia del 1510: la prima versione manoscritta
La prima redazione dei tre libri della filosofia occulta, scritta da Agrippa a ventiquattro anni e inviata a Tritemio: contenuti, fonti e manoscritto.
Prima di diventare il celebre volume stampato a Colonia nel 1533, il De occulta philosophia fu un manoscritto giovanile. Agrippa lo compose tra il 1509 e il 1510, a poco più di vent'anni, e lo inviò all'abate Tritemio di Würzburg con una lettera di dedica. Questa prima versione ci è pervenuta e permette di confrontare il pensiero del giovane umanista con quello dell'autore maturo, che ventitré anni dopo avrebbe trasformato profondamente il testo.
Il manoscritto di Würzburg
La redazione del 1510 è conservata in un manoscritto della Biblioteca universitaria di Würzburg, proveniente con ogni probabilità dall'ambiente di Tritemio. Per lungo tempo gli studiosi conobbero solo la versione stampata, finché nel Novecento il confronto tra le due redazioni rivelò l'entità delle modifiche. Nel 1992 la studiosa Vittoria Perrone Compagni ne ha pubblicato a Leida l'edizione critica, che mette in parallelo i due testi e ne documenta le fonti.
Il manoscritto è sensibilmente più breve del libro a stampa. Contiene già la divisione in tre libri e molti dei temi principali, ma in forma più compatta e meno erudita. Mancano numerose citazioni e intere sezioni che Agrippa aggiunse negli anni successivi, soprattutto durante e dopo il soggiorno italiano, quando lesse più a fondo Ficino, la cabala cristiana e i neoplatonici antichi.
Il progetto del giovane Agrippa
Il proposito dichiarato nella dedica era restituire alla magia la sua antica dignità. Agrippa distingueva una magia vera, intesa come conoscenza perfetta della natura e dei suoi legami nascosti con il cielo e con Dio, da una magia falsa, fatta di superstizioni e inganni. Si richiamava ai magi persiani, ai sapienti egizi, a Pitagora e a Platone, figure che nel Rinascimento rappresentavano l'antica sapienza.
Il mondo vi appare diviso in tre livelli: elementare, celeste e intellettuale. A ciascuno corrisponde un libro e una forma di conoscenza. L'idea centrale è che le virtù superiori discendano attraverso questi gradi e che il sapiente, conoscendo le corrispondenze, possa risalire lungo la stessa scala. Si tratta di una concezione filosofica di matrice neoplatonica più che di un manuale pratico, e come tale fu letta dai primi destinatari, che la considerarono un'opera di speculazione sulla natura.
Fonti e limiti della prima redazione
Tra le fonti della prima versione spiccano Plinio il Vecchio, Alberto Magno, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e il De verbo mirifico di Reuchlin, che Agrippa aveva appena commentato a Dole. La cabala vi è presente in forma ancora elementare, come mistica dei nomi divini e delle lettere ebraiche. Il giovane autore attingeva largamente alle letture disponibili, senza ancora quella vastità di riferimenti che caratterizza l'opera matura.
Il manoscritto del 1510 mostra dunque un Agrippa fiducioso, convinto di poter fondare una scienza unitaria del cosmo. Non lo pubblicò, forse anche per seguire il consiglio di discrezione di Tritemio, ma continuò a lavorarci per oltre vent'anni. Confrontare questa redazione con quella stampata significa osservare da vicino la crescita di un pensiero e la formazione di uno dei libri più influenti della tradizione occulta europea.
La Filosofia OccultaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio