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Il De vanitate scientiarum: Agrippa contro tutte le scienze

Studio Esoterico Cornelio · 2 min di lettura
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Tavola XVI · Cornelio Agrippa

Scritto a Lione nel 1526 e stampato ad Anversa nel 1530, il De vanitate attacca arti, scienze e magia e chiude con un ironico elogio dell'asino.

Nel 1526, a Lione, Agrippa scrisse l'opera che più di ogni altra stupì i contemporanei: il De incertitudine et vanitate scientiarum atque artium declamatio invectiva, cioè declamazione invettiva sull'incertezza e la vanità delle scienze e delle arti. Stampato ad Anversa nel 1530, il libro passa in rassegna in circa cento capitoli quasi tutti i saperi del suo tempo per dimostrarne l'inconsistenza. Che l'autore fosse lo stesso uomo che stava per pubblicare la filosofia occulta rese l'opera ancora più sconcertante.

Una rassegna implacabile

Il De vanitate procede come un'enciclopedia rovesciata. Grammatica, poesia, retorica, logica, aritmetica, geometria, musica, astronomia e astrologia vengono esaminate una dopo l'altra, e di ciascuna Agrippa mostra le contraddizioni, le dispute inutili e gli abusi. Seguono la filosofia naturale e morale, la medicina, il diritto e la teologia delle scuole. Nemmeno la magia, l'alchimia e la cabala si salvano: anche queste vengono dichiarate fallaci o pericolose.

La critica non riguarda solo le discipline ma anche le istituzioni e i mestieri. Agrippa attacca le corti dei principi, i nobili, i mercanti, i monaci e la curia, con un'asprezza che ricorda i satirici antichi. Molte pagine nascono dall'esperienza personale di un uomo deluso dai protettori, ma il libro si inserisce anche in una tradizione colta di declamazioni paradossali, cara agli umanisti.

Lo scetticismo e la fede

Il senso profondo dell'opera è religioso. Per Agrippa la ragione umana, abbandonata a se stessa, produce solo opinioni incerte e contese. La vera sapienza viene da Dio e si trova nella Scrittura, accessibile anche ai semplici. Per questo il libro si chiude con una digressione ironica in lode dell'asino, animale umile e paziente che, nei Vangeli, porta Cristo a Gerusalemme: meglio un asino docile che un dotto superbo.

Questa posizione è stata definita fideismo: la sfiducia nella ragione serve a rimettere al centro la fede. Gli studiosi discutono ancora su come conciliare il De vanitate con il De occulta philosophia. Alcuni vi vedono una vera conversione, altri una strategia prudente, altri ancora due facce coerenti di un pensiero che ha sempre posto la rivelazione al di sopra delle scienze umane.

Condanne e fortuna

Il libro suscitò subito reazioni violente. Nel 1531 i teologi di Lovanio vi individuarono numerose proposizioni da condannare, e anche la facoltà teologica di Parigi lo censurò. Agrippa rispose con un'Apologia, nella quale accusava i censori di non aver compreso il carattere retorico e paradossale della declamazione. Nel 1559 il suo nome fu inserito nell'Indice dei libri proibiti promulgato da papa Paolo IV. Ciononostante il De vanitate ebbe un enorme successo, con numerose edizioni e traduzioni nelle principali lingue europee.

In Inghilterra uscì nel 1569 la traduzione di James Sanford, mentre in Francia l'opera fu letta da Montaigne, che secondo molti studiosi se ne servì nell'Apologia di Raymond Sebond. Il De vanitate diventò così uno dei testi fondamentali dello scetticismo moderno. Il suo autore, celebrato come mago, fu per molti lettori soprattutto un maestro del dubbio, capace di mettere in questione ogni pretesa di sapere definitivo.