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Pietro Pomponazzi e il De incantationibus: i prodigi senza demoni

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura
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Tavola XVII · Maestri del Rinascimento

Pietro Pomponazzi, il De immortalitate animae del 1516 e il De incantationibus: spiegare guarigioni, prodigi e incantesimi con cause naturali e celesti.

Non tutti i grandi nomi della magia rinascimentale furono maghi o difensori della magia. Pietro Pomponazzi, nato a Mantova nel 1462 e morto a Bologna nel 1525, fu un filosofo aristotelico che insegnò a Padova, a Ferrara e infine a Bologna. Piccolo di statura, tanto che gli studenti lo chiamavano Peretto, era un maestro temuto per il rigore dei suoi ragionamenti. La sua opera sugli incantesimi è una delle più importanti dell'epoca proprio perché tenta di spiegare il meraviglioso senza ricorrere agli spiriti.

Lo scandalo dell'anima mortale

Pomponazzi divenne celebre nel 1516 con il Tractatus de immortalitate animae. Vi sosteneva che, secondo i principi di Aristotele, l'immortalità dell'anima non si può dimostrare con la sola ragione, e che va accettata per fede. Il libro suscitò una tempesta: a Venezia fu bruciato pubblicamente e molti teologi scrissero confutazioni. Pomponazzi rispose con un'Apologia e un Defensorium, mantenendo la distinzione tra ciò che insegna la filosofia e ciò che insegna la fede.

Lo stesso metodo guidò le sue ricerche successive. Per un filosofo aristotelico la natura si spiega con cause naturali, e le sostanze spirituali, come angeli e demoni, non agiscono direttamente sui corpi. Era una posizione rischiosa in un'epoca in cui la credenza nei demoni era sostenuta dalla teologia e dai tribunali.

Una spiegazione naturale dei prodigi

Nel 1520 Pomponazzi completò il De naturalium effectuum causis sive de incantationibus, «Sulle cause degli effetti naturali, ovvero sugli incantesimi». Il trattato prende spunto da casi che i contemporanei consideravano miracolosi o magici, come guarigioni improvvise, apparizioni e prodigi, e cerca di mostrare che possono essere ricondotti a cause naturali. Tra queste rientrano le proprietà nascoste di erbe e pietre, l'influsso dei corpi celesti e la forza dell'immaginazione.

Particolarmente audace era il ruolo attribuito all'immaginazione e alla fiducia. Secondo Pomponazzi, alcuni effetti ritenuti prodigiosi potevano dipendere dalla forte immaginazione di chi agiva e dalla fede di chi riceveva, più che dalle virtù dell'oggetto o dall'intervento di spiriti. Era un'ipotesi che, applicata a reliquie e santuari, toccava un nervo scoperto della devozione popolare.

Il destino delle religioni

Nel De incantationibus Pomponazzi espone anche una teoria astrologica della storia. Come tutte le cose sotto la Luna, anche le leggi e le religioni nascono, crescono e declinano secondo il ritmo dei cieli, e i grandi mutamenti religiosi coincidono con particolari congiunzioni planetarie. L'idea non era nuova, perché risaliva ad astrologi arabi e medievali, ma nel suo contesto suonava come una provocazione.

Per queste ragioni l'opera non fu pubblicata in vita. Uscì soltanto nel 1556, a Basilea, a cura del medico Guglielmo Gratarolo, che si era rifugiato in Svizzera per motivi religiosi. Lo stesso accadde al De fato, scritto negli stessi anni e stampato nel 1567, in cui Pomponazzi affronta il difficile rapporto tra provvidenza divina, destino e libertà umana. Entrambi i testi circolarono poi soprattutto negli ambienti dei liberi pensatori.

Il confronto con Agrippa è istruttivo. Entrambi rifiutavano la magia demonica, ma mentre Agrippa costruiva una magia dotta fondata sulle corrispondenze tra i mondi, Pomponazzi riduceva il meraviglioso a natura. Leggere i due autori insieme permette di capire quanto fosse vivace il dibattito rinascimentale sulle forze occulte, e quanto la stessa parola natura potesse assumere significati diversi a seconda di chi la usava.